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ITALIANO A SCUOLA

L'italiano fra i banchi di scuola

In occasione della Settimana della lingua italiana (21-27 ottobre) siamo andati a vedere come si insegna l’italiano oggi nella scuola elementare ticinese. Fra nuovi problemi e nuove soluzioni.

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SANDRO MAHLER
07 ottobre 2019

Il nuovo Piano di studio ha portato e integrato non poche novità nel modo in cui si insegna l'italiano a scuola.


Fai il quiz!

Quanto conosci le differenze fra l’italiano “svizzero” e quello parlato in Italia?


«I grandi scrittori non raccontano storie anguria, ma storie semino». Inizia così il momento di atelier di scrittura condotto da Laura Dandrea, nella 4a elementare dell’istituto di Serravalle, a Malvaglia, in valle di Blenio. E noi, come i suoi allievi, non siamo sicuri di aver afferrato il concetto.

I bambini sono seduti sul tappeto, nell’angolo dell’aula dedicato a questa attività. Sulla parete appare il disegno di una fetta d’anguria. «Rappresenta un’intera giornata», spiega la maestra Laura. «Ma quando si racconta una storia, per essere efficaci e conquistare il lettore è meglio limitarsi a scrivere di un piccolo momento, di un semino».

È il compito del giorno: concentrarsi su un singolo episodio. Un’alunna distribuisce quindi le mappette gialle degli scrittori. Dentro ognuna di esse è contenuta la storia su cui ogni allievo e ogni allieva sta lavorando. Tutti tornano al proprio posto. Li lasciamo lavorare, li ritroveremo più tardi.

Ognuno lavora alla propria storia.

Il lavoro a coppie è una parte importante della sperimentazione in atto in valle di Blenio.

Laura Dandrea introduce una lezione dell?atelier di scrittura alla 4a elementare di Serravalle.

Il lavoro a coppie è una parte importante della sperimentazione in atto in valle di Blenio.

L’italiano in scena

In occasione della Settimana della lingua italiana (21-27 ottobre), che quest’anno avrà per tema “L’italiano sul palcoscenico”, siamo tornati fra i banchi di scuola, su uno dei palcoscenici più importanti per la nostra lingua. È infatti alla scuola elementare che si costruiscono le basi su cui poi poggerà tutto il resto.

Negli ultimi anni il modo di insegnarla in Ticino è cambiato, adeguandosi alle nuove scoperte nell’ambito della didattica e ai cambiamenti avvenuti nella società e nel paesaggio linguistico del cantone.

«Fino a 10-15 anni fa – racconta Laura –, a ricreazione come in classe sentivo ancora parlare dialetto. Adesso i bambini, perlomeno a scuola, non lo parlano più». E questo sebbene in valle di Blenio le famiglie siano soprattutto famiglie del posto e i bambini di origine straniera al massimo 1-2 per classe. «Personalmente mi dispiace, perché il dialetto è cultura e radici».

Situazione diversa per la sede di Bozzoreda a Pregassona, nella città di Lugano, dove insegna Denise Storni, anche lei in una 4a elementare. «I bambini che parlano una lingua diversa dall’italiano a casa sono la maggior parte. Abbiamo famiglie originarie dell’ex-Jugoslavia, del Portogallo, del Sudamerica. Poi Turchia, Afghanistan, Iran». Ma secondo le due maestre, eventuali difficoltà con la lingua italiana non dipenono tanto o solo dalla compresenza di altre lingue. Le ragioni sono molteplici, non ultima la scarsa abitudine a leggere o a farsi leggere delle storie. Oltre alla difficoltà degli allievi a restare concentrati.

«Si tratta di una differenza netta», ci dice senza esitazione Laura. «Rispetto a quando ho iniziato a insegnare, nel 1996, i bambini oggi sono meno predisposti a tornare più volte sullo stesso compito. Sono più approssimativi, meno focalizzati su quello che stanno facendo». Anche per Denise, che ha iniziato a insegnare nel 1986, «prima si poteva lavorare con altri ritmi. Si riusciva a fare di più».

Sotto, Denise Storni legge ad alta voce a tutta la classe. A fianco, gli allievi della 4a elementare di Pregassona lavorano sulla scrittura.

Sotto, Denise Storni legge ad alta voce a tutta la classe. A fianco, gli allievi della 4a elementare di Pregassona lavorano sulla scrittura.

Sotto, Denise Storni legge ad alta voce a tutta la classe. A fianco, gli allievi della 4a elementare di Pregassona lavorano sulla scrittura.

Adattarsi alla nuova realtà

A Serravalle gli alunni sembrano ad ogni modo concentrati. C’è chi scrive di onde del mare che portano lontano e chi di voci che si avvicinano uscendo dal bosco.

«Le competenze da acquisire sono sempre quattro», sottolinea Laura Dandrea: «leggere e ascoltare, parlare e scrivere». A cambiare è piuttosto stato il modo di imparare dei bambini. «Ciò che è chiaro è che la scuola deve cogliere questi cambiamenti e definire le priorità», ci dice Ariano Belli, direttore dei tre istituti presenti in valle di Blenio.

Così a Pregassona, Denise Storni, per invogliare alla lettura e coinvolgere maggiormente gli allievi, propone «attività-gioco a gruppi o a coppie sul libro, grazie alle quali posso verificare se lo hanno effettivamente letto e capito». La maestra, che al di fuori della scuola scrive anche libri per bambini e per tre anni ha gestito una libreria a Tesserete, punta tanto sulla lettura. «Ne sono convinta, a leggere fa bene. E il fatto di leggere loro delle storie ad alta voce, magari li porta ad avvicinarsi ai libri».

Di fianco alla lavagna troneggia un “albero dei desideri” di cartapesta, protagonista e narratore del libro che stanno leggendo in classe. Appesi in fondo all’aula, dei disegni dove gli allievi sono semi, pronti a crescere e diventare alberi nel corso dei prossimi mesi di scuola.

Per venire incontro alle loro esigenze, c’è però anche un altro modo di organizzare le lezioni, previsto dal nuovo Piano di studio e ormai utilizzato da anni, non solo in Ticino: la differenziazione.

«Differenziare – continua Denise –, può voler dire dare un aiuto in più ad alcuni o lavorare a piccoli gruppi. Altre volte è invece la lunghezza o la difficoltà dell’esercizio a variare, a seconda delle capacità del bambino».

«In questo senso la scuola ha fatto un passo avanti rispetto a decenni fa», ricorda Ariano Belli. «L’idea che tutti debbano leggere lo stesso testo, arrivare alla stessa velocità di lettura e rispondere alle stesse domande, ormai è superata».

La centralità del testo

Non chiamatelo manuale

Sgrammit

Sgrammit è il nome dello scoiattolo che vedete in copertina. Ma è anche il titolo di una nuova serie di quaderni per imparare l’italiano. «L’intento», spiega Simone Fornara, che insieme a Silvia Demartini cura il progetto, «è di fornire ai docenti uno strumento didattico che sia aggiornato ai risultati delle ultime ricerche e che sia allineato al nuovo Piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese», pubblicato nel 2015. «Non è un manuale di grammatica come quelli che si usavano un tempo», continua Fornara, «perché Sgrammit propone un percorso di scoperta che, in questa prima uscita, porta i bambini a capire la funzione dei singoli segni di punteggiatura all’interno del testo, dando al docente un ruolo di guida e abituando i bambini a ragionare con la loro testa». Ciò che distingue Sgrammit da altri progetti simili, secondo Silvia Demartini, «è però l’idea di uno scambio continuo con allieve, allievi e insegnanti». Cosa d’altra parte naturale per un’opera, quella promossa dalla Supsi-Dfa, «nata proprio dallo scambio e dalla sperimentazione sul campo».

Il cambiamento più importante, per quanto riguarda l’insegnamento della lingua italiana, è però ancora un altro. Oggi si tende infatti a mettere il testo al centro del processo di apprendimento, non più le singole parole o frasi. Un principio, anche questo, presente nel nuovo Piano di studio.

«Per fare un esempio concreto –spiega Laura –, invece di partire dalla definizione della virgola, si osserva in un testo dove sono le virgole, come vengono utilizzate. Diventa perciò necessario scegliere dei testi significativi – precisa la maestra di Serravalle –, dato che con il medesimo testo si lavora sulla grammatica, sull’argomentazione, sulla descrizione, sulla comprensione del testo».

L’idea, per citare un grande autore della letteratura per l’infanzia – Gianni Rodari – è che «al bambino noi non possiamo consegnare l’oceano un secchiello alla volta, però gli possiamo insegnare a nuotare».

Un ulteriore passo potrebbe infine essere quello di lavorare con gli atelier di scrittura per cui Laura Dandrea si sta formando, quelli del semino d’anguria. Ariano Belli ha deciso di portarli in via sperimentale in sei classi della valle di Blenio: «Si tratta di un approccio innovativo, fondato però su 30 anni di esperienza nelle scuole pubbliche del Nord America. È Leonia Menegalli, direttrice delle scuole comunali di Bellinzona, che lo ha studiato da vicino in Québec e lo ha portato l’anno scorso in Ticino».

A proposito, a che punto saranno gli allievi di Serravalle?

Semini d’anguria

Più povero? Più ricco? Diverso!

L'italiano in Svizzera

«L’italiano parlato in Svizzera subisce tre tipi di influssi che lo caratterizzano e lo distinguono in parte dall’italiano d’Italia», ci spiega Laura Baranzini, ricercatrice dell’Osservatorio linguistico della Svizzera italiana (Olsi). «Il primo viene dal contatto con il dialetto, che è però una caratteristica comune a tutti gli italiani regionali parlati anche in Italia. C’è poi il contatto con altre lingue, in particolare francese e tedesco, che in Italia accade solo in parte e solo in alcune regioni. Infine va considerato che la Svizzera è una realtà politica, sociale, culturale, commerciale diversa dall’Italia e ciò si riflette nella lingua; ci sono insomma parole che descrivono realtà che in Italia semplicemente non esistono». Secondo Matteo Casoni, anche lui ricercatore presso l’Olsi, «l’immagine dell’italiano della Svizzera italiana come più povero rispetto a quello parlato in Italia non è supportata da dati oggettivi». E se a volte abbiamo comunque questa impressione, è anche perché «tendiamo a confrontare il nostro italiano solo con quello parlato da professionisti della parola, come attori, presentatori, politici». Le differenze però ci sono ed è importante esserne coscienti. Con l’aiuto dei due esperti, abbiamo quindi preparato un quiz, per farvi scoprire alcune particolarità del nostro italiano.

A coppie, i bambini si leggono, si commentano e si correggono a vicenda ciò che hanno scritto. Così gli alunni che attendono la maestra con la mano alzata sono pochi. E Laura è libera di girare fra i banchi, ad aiutare chi è in difficoltà.

«L’aspetto più importante di questa nuova proposta didattica – spiega ancora Ariano Belli –, è il fatto che dà una struttura all’attività di scrittura. I bambini ne hanno grande bisogno, proprio perché oggi fanno più fatica a mantenere la concentrazione e a ritornare più volte sullo stesso testo».

«Ma un altro aspetto importante, presente anche nel nuovo Piano di studio –continua –, è che si lavora sul processo di scrittura. Tant’è che la docente deve abituarsi a correggere l’alunno che scrive e non l’errore. L’obiettivo è che gli allievi riescano a correggere e arricchire loro stessi il proprio testo».

Semini che diventano alberi. O angurie. O piccole narrazioni. Viene quasi voglia di tornare a scuola, a raccontare o a farsi raccontare una bella storia.