X

Argomenti popolari

ORIZZONTI
SVIZZERI ALL'ESTERO

La mia vita all'estero

Come stanno gli emigranti svizzeri del XXI secolo? Abbiamo ascoltato la voce di chi si è appropriato dei suoi sogni e si è trasferito in Sudamerica. Una scelta coraggiosa che comporta qualche compromesso.

FOTO
Pino Covino
13 maggio 2019

Ci sono viaggi che si pianificano con giorni, mesi, anni, d’anticipo. Viaggi che si sognano e temono allo stesso tempo, dove la differenza tra partire e tornare diventa sottile. È l’esperienza di chi lascia la terra natia per trasferirsi all’estero, alla ricerca di un nuovo stile di vita.

In passato l’emigrazione svizzera ha coinvolto soprattutto mercenari che si arruolavano nelle legioni straniere e persone in difficoltà economica. Oltre a questi, alcuni partivano per diffondere il cristianesimo o con ideali espansionistici. Dal 1800 l’esodo si intensifica a causa della povertà crescente in Svizzera e porta alla nascita di colonie: Nouvelle Vevay e New Glarus (USA), Nova Friburgo in Brasile, ecc. In questi agglomerati, gli elvetici costituiscono società di tiro, di canto e beneficienza, volte a favorire il mantenimento dei legami con la madrepatria – compito svolto oggi in primis dall’Organizzazione degli Svizzeri all’estero. Il flusso migratorio subisce diverse interruzioni nel periodo delle due guerre mondiali. Dopo il 1945 riprende in modo regolare, per nobili motivi; si tratta di spostamenti temporanei a scopo professionale o formativo e concerne uomini e donne in misura analoga. Oggi gli svizzeri sono ovunque: dal Botswana alla Groenlandia, dall’Indonesia alla Corea del Nord.

Mathias Britos (a ds) domenica vende la verdura al mercato bio di Montevideo.

Seguendo il recente viaggio in Sudamerica del consigliere federale Cassis, abbiamo incontrato alcuni svizzeri stabilitisi in Urugay, Cile e Brasile. Vi raccontiamo le loro esperienze e l’affascinante impronta lasciata dalle generazioni di emigranti svizzeri dei secoli scorsi.

Uruguay e la Nueva Helvecia

«Gli svizzeri? Sono tutti a Colonia!» È la risposta univoca degli uruguaiani appena raccontiamo che siamo alla ricerca dei nostri connazionali. Colonia (sottinteso Suiza) è il vecchio nome di Nueva Helvecia, una cittadina di 10.500 abitanti in Uruguay, fondata nel 1862 principalmente da svizzeri. Un’eccezione, visto che nelle località vicine vi erano perlopiù spagnoli e italiani. Si inserisce in un paesaggio agricolo senza montagne – come del resto tutto il paese – con campi e pascoli a perdita d’occhio. I nostri antenati s’impegnarono in ciò che sapevano fare meglio: allevare bovini da latte e fare il formaggio. Constatiamo che il tempo, tra gli svizzeri di 5a-7a generazione, ha reso confusa qualche informazione, ma sono tutti profondamente fieri delle loro origini. Lo dimostrano accogliendo il consigliere federale Cassis presso l’archivio storico vestiti con abiti “tradizionali” e cantando il Salmo, ma anche attraverso curiosi dettagli urbanistici: la bandiera rossocrociata nella piazza principale, gli stemmi dei cantoni sulle facciate delle case, il cinema “helvetico”, e via discorrendo.

Il regista Stefano Tononi sulla spiaggia di Montevideo bagnata dal Rio del Plata, fiume che separa Uruguay e Argentina.

Un progetto comune

«Gli emigrati del giorno d’oggi vivono sparsi in varie località e sono più discreti nell’uso dei simboli – spiega l’ambasciatore svizzero in Uruguay, Martin Strub –. È ormai un luogo comune credere che si trovino a Colonia». Si stima che quasi il 2% degli uruguaiani abbia origini svizzere, ma le persone registrate al consolato sono 1.030 (Ufficio Federale di Statistica 2018). Tra questi vi sono i coniugi ticinesi Serena Wiederkehr-Britos (39) e Mathias Britos (41), che hanno scelto come meta la capitale Montevideo. Il loro trasloco oltreoceano è stato la coronazione di un sogno: far crescere i figli, Benicio (11), Ramiro (8) e Cielo (2) a contatto con la natura. Lei è etno-biologa, metà ticinese e metà argoviese; lui è attore, figlio di una svizzera e un uruguaiano. Ci accolgono nella loro azienda agricola sorseggiando mate, la bevanda nazionale. «La fattoria La Orientala, dove viviamo da 5 anni e mezzo, è stata fondata da mio padre, un pioniere dell’agricoltura biologica a Montevideo – racconta Mathias –. Quando la acquistò si trovava in piena campagna. Ora è un’oasi circondata dalla città, che si è estesa dalla costa verso l’entroterra». La capitale ospita, infatti, quasi la metà degli abitanti del Paese, che in totale sono 3,4 milioni, distribuiti su un territorio grande quattro volte la Svizzera. I rapporti dei coniugi con i vicini sono conviviali, ma non mancano i disagi: «Una volta ci hanno rubato un cavallo e, la notte prima di Natale, 40 galline. Esiste una piccola criminalità di periferia, ma per essere Sudamerica è un luogo piuttosto sicuro. A pensarci bene, l’unica volta che siamo stati scippati è stata in Svizzera» racconta divertita Serena.

«Vivere lontano ti impone di uscire dalla tua zona confort»

Mathias Britos

«Qui, si gode maggiore libertà e trovo più sensato muovere una montagna di compost che far l’attore: con i nostri sei ettari di “orto” sfamiamo una cinquantina di persone» sottolinea Mathias. «Rispetto all’Europa mancano diversi confort e ogni problema è più complicato, ma ci sono anche meno regole – concorda la moglie –. Gli uruguaiani ci chiedono, ad esempio, se veramente in Svizzera esistono orari per fare il bucato, se è vero che la domenica non si può passare l’aspirapolvere e non si può mettere musica dopo le 10 di sera o che ci si irrita per un ritardo di 10 minuti. Per il Sudamerica è assurdo! Da quando abitiamo qui anch’io ho perso la puntualità, ma non so se è colpa dell’Uruguay o dei tre figli…» ammette ridendo.

"K" come Kultrun, strumento musicale della cultura Mapuche. Esther Weller, docente delle elementari, insegna l'alfabeto usando simboli.

La loro espressione si fa più seria quando si parla di educazione. I ragazzi al momento studiano in una struttura pubblica e ci spiegano: «Benicio andrà presto alla scuola secondaria, dove il livello pubblico lascia a desiderare, con classi sovraffollate e problemi di vario genere. Le scuole private hanno una buona reputazione, ma pure un prezzo esorbitante. È l’unico motivo per il quale potremmo valutare di tornare in Ticino».

Famiglia in primis

L’Uruguay è un paese costoso per diversi aspetti, ma il reddito medio è basso. Lo sottolineano gli svizzeri al colloquio con l’onorevole Cassis presso l’ambasciata e lo conferma anche Stefano Tononi, che abbiamo incontrato per caso al mercato biologico di Montevideo. Il 42enne di tanto in tanto aiuta Mathias Britos a vendere la verdura, la domenica mattina: «Sono regista e insegno marketing e comunicazione in una scuola superiore, però devo fare altri piccoli lavori per mantenere la famiglia». Stefano parla perfettamente lo spagnolo e le quattro lingue nazionali. È nato in Ticino, da mamma grigionese e padre svizzero tedesco; quando aveva 9 anni la famiglia si è trasferita a Ginevra e poi a Zugo. È approdato in Sudamerica nel 2004 insieme all’ex-moglie uruguaiana, anche lei regista: «Insieme abbiamo girato un film sulla trasformazione politica in atto con la storica vittoria del “Fronte Ampio”, il partito di sinistra che tutt’ora governa il paese. Ad ottobre ci saranno le elezioni e se ne discute molto». I loro figli, Léon (8) e Nina (6), sono nati qui e il futuro di questa nazione a volte lo preoccupa. Seduti di fronte al Rio de la Plata gli chiediamo se non abbia nostalgia della Svizzera: «A volte mi mancano le montagne, cercare le castagne nel bosco, bere la gazzosa al grotto – ci confida –. Però, anche qui la natura è splendida. I ragazzi crescono spensierati, non disturbano se fanno chiasso mentre giocano per strada: sono più integrati nella comunità. Sono dei vantaggi ai quali non vorrei dovessero rinunciare» conclude Stefano.

I ragazzi festeggiano gli 80 anni della Scuola Svizzera a Santiago del Cile sventolando le bandiere di entrambe le nazioni.

80 anni di “Colegio Suizo”

Giocare per strada è un concetto impensabile per i ragazzi del moderno centro di Santiago del Cile, un’aerea metropolitana di 6 milioni di abitanti. Gli svizzeri in Cile sono ben 5.374 e questa cifra fa di loro la 3a comunità elvetica più importante del Sudamerica dopo Argentina e Brasile. La loro presenza è testimoniata sin dai primi dell’Ottocento e il massiccio numero di commercianti confederati a Valparaìso, città portuale di estrema importanza, determinò l’inaugurazione, nel 1851, del primo Consolato svizzero (onorario) in Cile. Nella seconda metà degli anni ’30 del Novecento, alcuni svizzeri tedeschi residenti a Santiago ritennero opportuno disporre di un sistema scolastico neutrale, per evitare di mandare i propri figli in una scuola germanica improntata alla propaganda nazista. La prima lezione si tenne nell’aprile del 1939, di fronte a 7 studenti.

«Mi sento più svizzera o cilena? Entrambe!»

esther weller

Qualche decennio più tardi, sotto la dittatura di Pinochet, la scuola era alla ricerca di una maestra. Una giovane di Zugo rispose all’appello. Si chiamava Esther Weller e, prima di lasciare la Svizzera, tutti le chiedevano: «Cosa ti salta in mente? Che ci sarà di speciale in Cile?». E lei rispondeva: «Se non lo vedo, non posso saperlo». Da allora, quella ragazza è tornata a casa solo per far visita ai parenti. Il suo fidanzato e futuro marito, anche lui svizzero, la seguì due anni più tardi. «Sono legata alla mia patria natia quanto a quella d’adozione – spiega Esther, da 30 anni a Santiago –. Il Cile è un paese ricco di bellezze: a Ovest c’è il mare, a Est ci sono le montagne (dove si pratica l’andinismo, l’alpinismo delle Ande), a Nord il deserto e a Sud il ghiaccio. E i ragazzi sono allegri». La 54enne insegna con entusiasmo ai giovani delle elementari e ne decanta la musicalità. Le sue lezioni sono in tedesco, integra la cultura degli indigeni Mapuche con i principi elvetici, come rispetto e tolleranza. «Le classi sono di 25 allievi (contro i 45 delle scuole pubbliche) e si imparano il tedesco, lo spagnolo, l’inglese e il francese a scelta». Una formula di successo che vede la scuola, patrocinata dal Canton Basilea Campagna, festeggiare i suoi 80 anni in presenza di Ignazio Cassis e di molte autorità svizzere. La scuola oggi è frequentata da 680 alunni di una decina di nazionalità diverse; gli svizzeri sono il 24%.

Il Ministro Cassis accolto dalla popolazione di Nueva Helvecia (Uruguay), cittadina fondata nell'Ottocento da migranti svizzeri.

L’ambasciata che unisce

«L’integrazione è un tema scolastico, certo, ma anche un fattore culturale» afferma Cornelia Casotti. La dinamica sessantenne lavora come assistente dell’ambasciatore svizzero in Brasile. Come il resto dell’America, anche il Brasile registrò una grande ondata migratoria due secoli fa e vide la nascita, nel Sud del Paese, di un agglomerato elvetico: Nova Friburgo, che lo scorso anno ha festeggiato i 200 anni. Proprio per sostenere gli abitanti di questa cittadina, nel 1819 fu inaugurato a Rio de Janeiro il primo consolato svizzero oltremare. L’ambasciata arrivò solo un secolo dopo e fu spostata nel 1972 a Brasilia, la nuova capitale. Oggi è una sede diplomatica di medie dimensioni che impiega una ventina di persone, in parte svizzere e in parte locali. Cornelia vi lavora da 19 anni e abita in questa controversa metropoli da 25 anni. È partita da Malders, vicino a Coira, con le figlie Alessia e Antonietta – oggi 34enni – per “un colpo di follia” come lo chiama lei stessa; oggi non potrebbe immaginare la sua vita altrove, anche se… «europei e brasiliani hanno attitudini molto diverse. Ad esempio, quando un brasiliano è invitato a cena, è facile che si presenti ore dopo e/o in compagnia di altre persone o non arrivi del tutto. Per noi non è educato, per loro è normale. Sono piccole cose alle quali non ci si abitua. Ammetto che ho più amici “stranieri” che locali, siamo più compatibili». Il suo compagno – Stephan Gähwiler – è di Hausen am Albis (ZH), si sono conosciuti a una festa del primo d’agosto all’ambasciata, che tra le varie attività sostiene e organizza eventi culturali. Anche lui è partito per l’estero da giovane. Suo papà era macellaio, la mamma aiutava nella vendita, ma lui voleva diventare agricoltore. «Dopo qualche breve esperienza negli Stati Uniti, nel 1982 ho trovato lavoro in Brasile come vaquero (pastore di mucche). In un’azienda grande quanto il Canton Obvaldo! Lì sono rimasto tre anni» ricorda. Qualche tempo più tardi, è riuscito ad acquistare 165 ettari di terra che in questo Paese fanno di lui un piccolo proprietario terriero. Alleva una trentina di bovine di razza Bruna. «All’inizio vendevo il latte, ma veniva pagato una miseria. Così nel 1992 ho cominciato a casare e oggi produco tre varietà di formaggi: la Tomme (stile Brie), uno stagionato simile allo Sbrinz e l’Alpin, un cacio che qui si usa fuso sopra la carne». I suoi clienti sono privati, negozi di gastronomia, ristoranti gourmet e l’ambasciata svizzera, che lo propone agli eventi ufficiali. «Ci sono voluti molti anni di sacrifici e ogni risparmio è stato investito nella costruzione dell’azienda e del caseificio». E i suoi occhi s’illuminano di gioia quando ci racconta che due dei suoi tre figli hanno studiato veterinaria, intendono rimanere in azienda e portare avanti il progetto avviato dal padre.

Cornelia Casotti e Stephan Gähwiler nel giadino dell'ambasciata della Svizzera a Brasilia, dove si sono conosciuti.

Alla ricerca della libertà

Chi parte da solo, chi in famiglia, chi da giovane, chi aspetta di essere in pensione; ogni espatriato ha un vissuto unico, ma tutti hanno in comune la ricerca di libertà. «Spesso gli espatriati descrivono i problemi del Paese in cui si trovano in modo tanto coinvolgente che pare rimpiangano la scelta – osserva il consigliere Cassis durante la cena in Uruguay con alcuni connazionali –. La maggior parte di loro, però, non ha intenzione di tornare; lottano per i propri sogni. Sono orgoglioso dell’immagine che trasmettono della nostra nazione all’estero: continuano a sentirsi svizzeri, rinnovano il passaporto, conservano le tradizioni e gli ideali con i quali sono cresciuti, ma si adattano alle difficoltà». Due terzi di loro hanno un doppio passaporto, sono svizzeri cittadini del mondo, come ha confessato Esther Weller, «con il cuore diviso tra due anime».

«In Brasile ho realizzato il mio sogno»

stephan gähwiler

 


Filo diretto con l'estero

Il consigliere federale Cassis di fronte alla statua di Guglielmo Tell a Montevideo (Uruguay), creata da José Belloni, figlio di un emigrante ticinese.

Il giorno di Pasqua il consigliere federale Ignazio Cassis è partito alla volta di Uruguay, Cile e Brasile. Tre nazioni in cinque giorni: i viaggi di un ministro hanno un ritmo frenetico e vi sono pochi momenti liberi tra un incontro ufficiale e l’altro. Approfittiamo della pausa durante la trasferta da Montevideo a Santiago del Cile per porgli qualche domanda.

Onorevole Cassis, con quale regolarità un ministro svizzero incontra omologhi di altri Stati?

I contatti diretti con gli Stati vicini sono regolari, spesso annuali. Le visite extra-europee sono meno frequenti. Quest’anno ho deciso di focalizzarmi su Africa e America. In febbraio, ad esempio, sono stato a Washington, dove nessun ministro svizzero degli affari esteri si è ufficialmente recato per dieci anni.

È la sua prima visita ufficiale in Sudamerica. Perché ha scelto Uruguay, Cile e Brasile?

Sono stati scelti su basi strategiche. In Uruguay predominava l’incontro con gli svizzeri all’estero e la cooperazione multilaterale, in Cile la scuola svizzera (che festeggia 80 anni) e le infrastrutture, in particolare temi climatici e delle energie rinnovabili, in Brasile gli accordi economici con i Paesi del Mercato Comune del Sud America (Mercosur). I rapporti tra Stati – proprio come avviene per le amicizie – vanno coltivati per creare fiducia e sono anche un investimento per gestire meglio eventuali crisi.

Visita la sede diplomatica svizzera in ogni Paese?

Tendenzialmente sì. I viaggi di un ministro degli esteri hanno certamente obiettivi diplomatici, politici ed economici, ma non bisogna dimenticare che il nostro è un dipartimento dove lavorano 5.500 persone, distribuite in tutto il mondo. Per me è fondamentale incontrare e dare la mano ai miei collaboratori diplomatici e consolari; è un segno di rispetto e motivazione. Inoltre vedere dove lavorano mi permette di valutare lo stato dei nostri immobili.

Nei suoi viaggi vi è un appuntamento ricorrente: “Bridge Builders”, costruttori di ponti. Cosa significa?

È una formula che ho testato in occasione del mio primo viaggio ufficiale, nel novembre 2017 a Roma, e che ritengo molto utile: chiedo all’ambasciatore di invitare alcuni svizzeri residenti in quel Paese a partecipare a un dibattito informale con cena. Si scelgono persone provenienti da vari ambiti: dalla cultura alla finanza, dalla formazione all’economia; sono i nostri “costruttori di ponti”. A loro chiedo di esprimere il più onestamente possibile la propria opinione riguardo pregi e difetti del luogo in cui si sono trasferiti; emergono sempre aspetti sorprendenti. Oltre a permettermi di capire come si trovano i nostri confederati all’estero, raccolgo informazioni utili in vista dei colloqui ufficiali.

Cosa l’ha colpita di più di questo viaggio?

Mi affascina vedere il legame forte e talvolta nostalgico dei nostri connazionali all’estero. Ai loro occhi, accolgono “La Svizzera”, non solo un ministro. La nostra nazione non ha un’unica religione, né una lingua né un solo sistema scolastico: ciò che ci unisce sono le istituzioni, come il Consiglio federale.


Storie di espatriati

Museo di Svitto

Curiosi di sapere di più sulla storia dei nostri espatriati? A Svitto, fino al 29 settembre 2019 un’esposizione tratta l’emigrazione dalla Svizzera negli ultimi due secoli, le organizzazioni a loro sostegno, la politica migratoria e i commerci. Il percorso incuriosisce inoltre con una serie di ritratti come Cäsar Ritz, vallesano che rivoluzionò il concetto di hotel di lusso, e il fotografo ticinese Ivan Bianchi trasferitosi in Russia. Info sul sito web: https://www.nationalmuseum.ch/i/schwyz/