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Il mio primo giorno di scuola

Si ritorna tra i banchi di scuola. Per alcuni sarà la prima volta, per altri un rito di passaggio. Momenti imperdibili raccontanti attraverso oggetti vintage, ma contemporanei.

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Foto Viola Barberis, Getti Images / Fotomontaggio Num
26 agosto 2019
La scuola dell'infanzia,  la scuola elementare  e quella media: ogni volta  un nuovo inizio.

La scuola dell'infanzia, la scuola elementare e quella media: ogni volta un nuovo inizio.

Anche se sono passati tanti anni, ci ricordiamo perfettamente quale era il nostro contrassegno alla scuola dell’infanzia e sorridiamo al pensiero di quando abbiamo ricevuto la nostra prima cartella oppure riviviamo la cocente delusione nell’accorgerci che era la stessa usata dal fratello maggiore o dal cuginetto.

Pensare, invece, alla pagina dell’agenda delle medie dove annotavo le note degli “espe” di matematica, mi fa rivivere l’incubo. Ognuno di noi costruisce ricordi legandoli a degli oggetti. E quelli del mondo scolastico, anche se di materiali, forme o colori diversi, sono gli stessi che accompagnano le nuove generazioni. Altri entrano di prepotenza in famiglia, scombussolando e creando non poche discussioni. Ma tutti finiranno ­sicuramente ad arricchire la nostra personalisssima scatola dei ­ricordi.

Il grembiule

Per gran parte dell’anno scolastico se ne sta tranquillo appeso al gancetto del guardaroba, proprio sopra le pantofoline, ma ne ha di storia alle spalle! Da tutto nero – negli anni ’40, a quadretti e colorato. Da tassativamente obbligatorio e molto spesso odiato, ora è indossato con gioia, perché sinonimo di attività creative. In passato bisognava ricamare a punto catenella il contrassegno e questo implicava un’abilità da mani di fata che non tutti possedevano. Ora che ago e filo si possono
sostituire con i pennarelli per tessuti, si vedono solo sorrisi e non più facce preoccupate se il pargolo sceglie come contrassegno il grappolo d’uva.

 

Le pantofole

Forse è l’unico legame che resta con la scuola dell’infanzia, ma i cuccioli si impuntano nella scelta del modello. Ci vogliono pantofole da grandi. Banditi fatine e draghetti e la chiusura con il velcro… Devono essere veloci da infilare perché, a loro dire, non hanno tempo da perdere, ora che vanno a scuola. Di solito tornano a casa per Pasqua con una nota del maestro che invita a sostituirle… la suola si è staccata, un fermaglio si è rotto o il piede è talmente cresciuto che è diventato impossibile camminare senza slogarsi una caviglia. E così si riapre la caccia alla pantofola ideale.

 

La scatoletta dello spuntino

Ognuno ha rigorosamente la sua, del colore preferito o con il disegno del cartone o del supereroe del momento. Un piccolo scrigno del tesoro che, una volta aperto, cattura magicamente l’interesse dei compagni. Una sbirciatina a quella del vicino… e via che partono i baratti: un’oliva per un acino d’uva, un bastoncino di carota per una rondella di cetriolo. A volte vale di più lo spuntino di un compagno che i mille sforzi fatti a tavola per far assaggiare sapori nuovi. Grazie a questa magica scatoletta, i miei due mangiavano addirittura foglie di insalata scondita.

 

La cartella

Il suo acquisto è un avvenimento. Insomma si tratta pur sempre della prima cartella. E quando cominciano la scuola elementare, i bambini non vedono l’ora di portare a casa compiti o comunicazioni e di girare per il paese con la stessa sulle spalle. Poi l’entusiamo scema, si comincia con il dimenticarla a scuola sempre più spesso e si finisce con il portarla a casa solo quando i compiti sono così tanti che non ci stanno più in una mappetta. Visto l’uso parsimonioso che ne fanno, spesso si conserva così bene che si riesce a passarla ai fratelli che seguono, conferendole così un’aura di tradizione familiare da tramandare, che ha il suo potere rassicurante, soprattutto quando si comincia una nuova avventura e i fratelli maggiori la dipingono come una prova durissima.

 

Le chiavi

La consegna delle chiavi del regno casalingo è un vero e proprio rito di passaggio. Per i genitori è un segno inequivocabile che la prole è cresciuta; lentamente è diventata responsabile e sicuramente non ha più bisogno di occhi vigili esterni. Stare da soli a casa non è più una punizione. Per i ragazzi vuol dire pregustare una certa libertà: fare una mega merenda sul divano con tanto di piedi sul tavolino e musica a tutto volume o approfittare della solitudine per guardarsi un film horror che mai avrebbe passato le forche caudine dei genitori. Ci penserà poi il primo degli adulti che varcherà la soglia di casa a ristabilire l’ordine.

 

L'astuccio

Il profumo delle matite e la bellezza di una scatola di colori nuova sono, secondo me, uno dei momenti più emozionanti dell’inizio del nuovo anno scolastico. Ma gli alunni impazienti non vogliono aspettare che la scuola distribuisca il materiale e partono armati di astucci a più piani, con tanto di matite colorate e pennarelli, righelli e squadre. Bisogna ammettere che nella cartella ci sta benone e spesso è il frutto del compromesso a cui arriviamo noi genitori: cartella del fratello maggiore, ma astuccio tutto tuo. L’esperienza insegnerà che tutto quell’armamentario all’inizio non è assolutamente necessario. Ma vuoi mettere che compagnia si fanno astuccio e cartella, in attesa di tornare a casa il venerdì sera?

 

Il portamonete

Dall’inizio delle scuole medie diventa necessario. C’è l’abbonamento ai mezzi di trasporto, i soldi per caricare il badge della mensa, gli spiccioli per il panino di metà mattina, la tessera dello studente. Tutte cose a cui dare attenzione, che non vanno assolutamente perse per distrazione. È il banco di prova delle prime responsabilità, dove i ragazzi devono imparare a sapersi organizzare e non possono voltarsi a cercare il genitore e sussurrargli «anticipa tu, che poi a casa ti ridò i soldi».

 

Il cellulare

Fonte di lunghi ed estenuanti tira e molla fra le parti, il cellulare per i giovani è una specie di memoria esterna. Quando ci vogliono convincere della sua utilità, ci assicurano che serve per tenere i contatti con gli amici, che la app dei mezzi pubblici non li farà arrivare in ritardo a scuola e che essere nella chat di classe è di vitale importanza. Promettono solennemente che ne faranno un uso parsimonioso e noi cediamo. Poi li troviamo ipnotizzati dallo schermo, mentre guardano l’ennesimo video e ci tocca sgolarci per chiamarli a pranzo. Loro non arrivano perché stanno tentando di conservare l’ultima vita che hanno in un qualche gioco truculento. Noi, che di vita ne abbiamo una sola, ce la facciamo pure rodere dal dubbio di aver fatto la cosa giusta.

 

Il diario

L’agenda ha un posto riservato nello zaino. Devi poterla estrarre velocemente, come il cowboy estrae la pistola dalla fondina, perché quando il docente ti dice i temi che verranno trattati nella verifica, chi non annota è perduto. Sfogliandola a fine anno, pronta per il macero, non puoi non notare le differenze tra fratelli. Uno preciso, senza ghirigori, le sue annotazioni sono prettamente scolastiche. La seconda ha colorato i disegni; fra gli appunti presi ne figurano alcuni anche molto personali; e ha evidenziato tutte le vacanze scolastiche. Ognuno, com’è giusto che sia, vive la scuola a modo suo.

 

Cartella addio, viva lo zaino

A questa età i ragazzi vogliono distinguersi dai fratelli, anche se finiranno per omologarsi al gruppo. La cartella deve essere diversa da quella delle elementari, e quella comperata per il primo fratello non potrà essere utilizzata dal secondo. Se per loro la priorità è l’affermazione del proprio stile, noi genitori mettiamo l’accento su capienza e resistenza. Cominciano le trattative. E, alle medie, si va con lo zaino…

 


L'inizio

Dopo aver lasciato il maggiore nelle mani della maestra della scuola dell’infanzia, sono tornata a casa in lacrime sotto lo sguardo perplesso della postina di allora: mi rincuorò rassicurandomi che la malinconia sarebbe durata solo mezza giornata. È che senza il chiacchiericcio del primogenito mi sentivo persa, mentre lui scalpitava per cominciare la nuova avventura. Con la seconda sono stata più forte, anche se sentirla gridare «Mami, non andare! Io ti amoro!» non è stata una passeggiata. È che io sono una mamma dagli occhi umidi. Mi commuovo quando li vedo partire il primo giorno di scuola con la cartella più grande di loro e ho ancora il fazzoletto in mano quando saluto il maestro alla fine della quinta elementare. Emotiva come sono, ho espresso desideri a ogni fase scolastica. Alla scuola dell’infanzia mi auguravo che si integrassero, alla scuola elementare speravo che trovassero piacere nell’imparare cose nuove e che superassero le difficoltà. Con l’arrivo delle scuole medie, di desideri non ne bastavano più un paio: che stiano lontano dalle brutte compagnie, che ingranino subito, che sappiano districarsi tra gli autopostali. L’esperienza mi ha insegnato che i figli hanno risorse che noi ci ostiniamo a non vedere o che loro, abili bluffisti, celano sapientemente fino al momento opportuno. Quest’anno, con la secondogenita che comincia le medie e il primo in seconda liceo, alla lavagna magnetica in cucina ho appeso una frase di Albert Einstein «Tutti sanno che una cosa è impossibile. Poi arriva uno che non lo sa e la fa». Ecco, vorrei tanto che iniziassero il nuovo anno con questa leggerezza. Ma, per il momento, i due non hanno fatto che sbuffare.