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Un divano, tante storie

Sdraiati o seduti? Il sofà racconta molto di più di quanto pensiamo. I dettagli visti dal designer, dall’architetto e dal tappezziere. Accomodatevi.

FOTO
Viola Barberis
28 gennaio 2019

Carlo Rampazzi, architetto e designer di Ascona, estrae da un classatore una mappetta di plastica con una pagina di giornale del 1979 e mostra con malcelato orgoglio la foto in bianco e nero del grande regista Giorgio Strehler seduto su un divano in midollino a braccioli ricurvi. È il primo divano della sua prima collezione. 

Per Rampazzi fu l’inizio della carriera nel mondo delle celebrità. Oggi, la sua lista di riferimento si legge come il who-is-who: dall’Eden Roc di Ascona alla lobby del Burj-al-Arab di Dubai, passando dalle poltrone per Michael Jackson.

 

 

«Il divano nero mi angoscia»

«Quando creo un divano devo capire se il cliente lo usa per conversare o per rilassarsi. Poi cerco di individuare il colore: dev’essere quello che entra nel suo cuore. L’ispirazione mi viene dalla conversazione. Il colore è importante: facciamo ore di code per ammirare la Cappella Sistina; perché non portare le diverse tinte nelle nostre case?». Un divano nero dev’essere l’orrore per lui… «Sì, mi angoscia! Inoltre, mentre i colori non si sporcano mai, tutt’al più prendono la patina, non è così con il bianco e il nero. Io penso a colori e mi vedo come realizzatore dei sogni cromatici dei miei clienti. Poi ho bisogno dell’artigiano. Perché io guardo all’estetica e alle proporzioni, lui alla concretizzazione. I colloqui tra me e gli artigiani fanno parte dei bei momenti. Ci mettiamo l’anima e in ogni pezzo entra tutto il nostro sapere. Non importa il nome del modello, ma dev’essere personalizzato, affinché il cliente possa dire “è mio”». 

È vero che non mostra l’oggetto fin tanto che è in opera? «Certo, perché di quell’attimo, che lo vede per la prima volta, si ricorderà sempre» risponde Carlo Rampazzi. Infine, un’ulteriore e penetrante osservazione prima di lasciare il variopinto studio e negozio nel centro storico di Ascona: «La gente si siede cento volte in macchina e diecimila volte sul divano. Ogni quanti anni cambia l’auto e ogni quanti il divano?».

Quattro ore al giorno

Per Isabella Panizza Camponovo è chiaro: opterà per un nuovo divano appena i figli, ora adolescenti, saranno fuori di casa. In altre parole: «Quando non saremo più in cinque a guardare la tivù! Perché la scelta dell’imbottito è in funzione del momento che vivi».

Ora, sul componibile in pelle nera della famiglia, vige un ordine di seduta «altrimenti sono botte da orbi: a un lato, proprio in faccia al televisore, il papà con il telecomando in mano, segue la figlia, i due gemelli e io con possibilità di allungare le gambe, ma sempre pronta a “schizzare” in cucina per prendere il tè, i pop-corn…».

«Il nero nell'arredamento è un jolly fantastico»

Isabella Panizza camponovo

L’architetto, che cura su Cooperazione la rubrica sugli spazi abitativi in base ai quesiti dei lettori, ci spiega la scelta del suo divano. «Nel nostro soggiorno a “L” il divano fa da divisorio tra tavolo da pranzo e angolo relax: deve perciò se-
parare senza opprimere lo spazio. Ho quindi cercato una soluzione con schienale basso, ma con la possibilità di alzarlo quando ci sediamo. Ho scelto la pelle naturale perché è più resistente e pratica del tessuto. Ma comunque la proteggo periodicamente con l’apposita crema. Se lo stile del mio imbottito rispecchia il credo del less is more, il colore è stato dettato dalla pavimentazione in piastrelle, che non ho potuto cambiare. Ma il nero è comunque una tonalità facile da usare nell’arredamento e rappresenta un jolly fantastico. Inoltre, per dare  l’impressione del meno ingombrante, il divano poggia su piedini alti».

Insomma, se Carlo Rampazzi, che quest’anno festeggia 70 anni, sul divano si siede, perché come dice: «faccio parte della vecchia generazione», la famiglia Panizza Camponovo, invece, vive con un divano “da sbrago”.

In media, vi passiamo quattro ore al giorno, gli uomini tendenzialmente più delle donne. Il divano è quindi il re dei mobili? «No, è la poltrona – risponde la nostra interlocutrice –, perché è tutta mia! La poltrona ti “abbraccia” e rappresenta il tuo momento di relax. Mentre sul divano ti relazioni con la famiglia e gli amici; è un rilassarsi attivo».

Comunque, il sofà copre un ruolo particolare nell’arredamento: «è il mobile più difficile da piazzare in casa» conclude l’architetto (leggi anche i consigli al momento dell’acquisto a pagina 19).

Nuova vita al divano

«I divani di oggi sono la cosa più scomoda» afferma lapidario il tappezziere Marco Bottinelli, che nel suo atelier nel centro a Mendrisio ripara divani e poltrone antichi e classici, «quelli, dove ci si può ancora sedere».

Quando lo incontriamo sta lavorando ad un couch anni ’30, tra i primi divano letto con braccioli amovibili. Occasione per vedere “dentro” e scoprire tutti gli “strati” nascosti. Le molle, posate su un intreccio di cinghie in iuta, che Bottinelli comprime di un terzo per ottenere la giusta elasticità; il pagliericcio in crine vegetale estratto dalle foglie di palme; un ulteriore strato di crine animale; quindi, l’ovatta di cotone, per proteggere la tela bianca, e il tessuto finale. E qui il cliente può sbizzarrirsi fra mille e una possibilità, dando un tocco personale al suo oggetto d’affetto.

«I divani di oggi sono la cosa più scomoda»

Marco Bottinelli, tappezziere

Bottinelli ci tiene ad usare materiali naturali come una volta, anche se è sempre più difficile trovarli sul mercato. Particolari anche gli utensili, dagli aghi ricurvi ai martelli speciali. Il suo “attrezzo” indispensabile, però, sono le mani. «Ho la passione delle cose ben fatte, il dono della manualità e la capacità di mettermi nei panni dei clienti. Da ragazzo mi sarebbe piaciuto fare una professione tecnica, ma mio papà desiderava che continuassi la sua attività già ben avviata. Oggi, quello del tappezziere è una professione in via di estinzione. Infatti, chi ha ancora un oggetto antico di prestigio, una poltrona Frau o una Chesterfield e può pagare 40 o 50 ore di lavoro per riportarlo a nuovo splendore?». 

Eppure, a maggio il tappezziere può festeggiare 60 anni della bottega Bottinelli. In tutti questi anni, tra crine di cavallo e broccato di seta ha scovato “tesori nascosti”? «Una volta ho trovato cinque banconote da cinque franchi. Ne fu sorpresa anche la proprietaria. Ogni tanto s’infila qualche centesimo. Mio papà scherzava: “i ghellit sono il principio del milionario”».

Ricco non è diventato, ma il suo impegno per le belle cose fatte bene l’appagano e riesce a dare lavoro anche ad una delle pochissime apprendiste tappezziere in Ticino.


Come scegliere quello giusto?

Un solo divano da acquistare e mille dubbi da dissipare. Ma quattro dritte ve le possiamo dare.

1. Andate in negozio con le misure della stanza 

Sì, perché la prima domanda che il venditore vi fa è: «quanto spazio ha a disposizione per la zona divano?». Annotate quindi tutto su un foglio, includendo dove sono le finestre, le porte, i termosifoni, gli allacciamenti tv. Gli showroom sono sempre grandi e possono trarvi in inganno, facendovi scegliere un modello troppo grande.

2. Osservate le vostre abitudini 

Riflettete su come utilizzate il divano: sdraiati per guardare la televisione, seduti per conversare con gli amici; avete animali, bambini; appoggiate riviste e libri sui braccioli; lo volete con i piedi perché occorre vedere il bel parquet o perché deve passarci sotto il robot aspirapolvere; come percorrete il locale. Insomma, è vero che il divano è il “pezzo forte” del salotto, ma va scelto in base alle vostre abitudini.

3. Scattate qualche foto dell’arredamento

Se il venditore vede lo stile dell’arredamento della sala può consigliarvi modelli, materiali (pelle, similpelle, tessuto di cotone, lino o fibre naturali) e colori più adeguati. Ma anche voi, preparatevi con qualche idea concreta e con la consapevolezza di cosa vi piace e cosa non vi piace. 

4. Provate il divano in tutta tranquillità

L’acquisto di un divano richiede tempo: è un arredo che vi accompagna per diversi anni. È pensato per sedersi, sdraiarsi, alzare le gambe: fatelo tranquillamente anche in negozio. Verificate che la profondità della seduta sia di vostro gradimento e non fatevi abbindolare dall’aggiunta di qualche – seppur bello – cuscino. E siate attenti al comfort in generale, tipo la morbidezza del divano, elemento difficilmente “leggibile” da catalogo.


La storia del sofà

La leggenda narra che tutta la comodità di cui godiamo oggi seduti o sdraiati su un divano sia dovuta ai sultani arabi. Lo stesso termine "divano" viene dal linguaggio arabo, come pure il vocabolo "sofà", che vuol dire cuscino.

 In epoca romana troviamo piccoli troni o letti per ospitare i convitati (triclinio).

 Con il Rinascimento il divano si diffonde e culmina nello stile Luigi XVI in Francia.

 Chesterfield: grazie alla rivoluzione industriale inglese e all'invenzione delle molle.

 1911 Al mondo della natura si ispirano le forme di Hoffmann nel primo '900.


 1930 Le Corbusier dà vita al simbolo indiscusso del design con il primo divano a ribalta.

 1956 Jacobsen: forme sinuose e morbide, contagiate dalle gonne a ruota anni '50.

 1970 Mario Bellini: anticonformismo sessantottino che abbandona le sedute formali.

 1999 La Bubble Club di Philippe Starck, un capitolo tutto plastica (polipropilene).


 2007 Patricia Urquiola crea Volant: il rivestimento come dress-code.