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Lana, un polo tutto ticinese

L'INIZIATIVA — Cosa ha a che fare la pecora bianca delle Alpi con l'ultrasuono? Scopriamolo in una visita al centro della lana a Gordola, sviluppato dalla Pro Verzasca con l'aiuto della Supsi, che coniuga l'artigianato con la tecnica.

26 gennaio 2015
Renzo Longhi e Marcel Bisi (a destra nella foto) valutano la lana appena tosata e consegnata a Gordola.

Renzo Longhi e Marcel Bisi (a destra nella foto) valutano la lana appena tosata e consegnata a Gordola.


Il reportage

La lavano a 40 gradi, in vasche dotate di ultrasuoni. Poi la massaggiano, la pettinano, la coccolano, fino a renderla soffice come ovatta. È così che a Gordola la lana di pecora ticinese diventa un prodotto di alta qualità. Il centro di lavaggio e di lavorazione, lanciato circa un anno fa, di fatto rappresenta una novità di livello internazionale. «Soprattutto per le tecnologie impiegate – dice Marcel Bisi, presidente della Pro Verzasca, che ha fortemente portato avanti l'idea –. Prima non avevamo i mezzi tecnici per lavorare bene la lana ticinese. Il prodotto finale pizzicava sempre. E allora la si andava a prendere in Nuova Zelanda».

Tecnica a ultrasuoni
Ora, invece, si è voltato pagina. Dapprima i contatti e i sopraluoghi presso una grossa centrale di lavaggio a Biella, in Piemonte. Poi la grande trovata. Quella, cioè, di convertire vasche industriali destinate alla sgrassatura di pezzi metallici in un inedito sistema di lavaggio per la lana. Con la materia prima che passa più volte, avanti e indietro, all'interno dei recipienti a ultrasuoni. «Fino a qualche anno fa – ammette Bisi – pensavamo davvero che la nostra lana non fosse adatta per essere lavorata. Punto. Questo metodo, invece, ha stravolto le nostre prospettive». Il progetto, monitorato dal Dipartimento tecnologia e innovazione della Supsi, consente di lavorare circa 3mila chili all'anno di lana ticinese. «Ma la quantità è destinata a crescere – puntualizza Bisi –; miglioriamo di giorno in giorno. Per adesso ci si concentra soprattutto sulla pecora bianca delle Alpi, la specie più diffusa da noi. Ma stiamo sperimentando altre varianti, come ad esempio la lana caprina. Siamo come in un cantiere aperto».


Lana ticinese cardata: un soffice batuffolo bianco.



Un inedito sistema per lavare la lana: la tecnica a ultrasuoni.


Dallo stato grezzo alla matassa di lana: tutto viene fatto a Gordola.

L'operazione ha consentito di creare anche un posto di lavoro. A occuparlo è Michelangelo Calzascia, classe 1990, una sorta di artigiano tuttofare. «Curo tutte le otto tappe della lavorazione – conferma –. Dal momento in cui i contadini mi portano la lana, fino alla pettinatura finale». Niente chimica, nessun prodotto invasivo. E soprattutto zero sprechi. «Non buttiamo via nulla – assicura Calzascia –. Quello che non viene usato per realizzare lavori di maglieria e lana cardata, lo si usa per fare materiale isolante e concimi».

Un punto di riferimento
La nuova centrale rappresenta un punto di riferimento anche per tutti gli allevatori della Svizzera italiana. Attualmente sono circa una cinquantina a portare a Gordola la loro lana. «Per noi è una grande opportunità – conferma Dante Pura, presidente degli allevatori ovini e caprini ticinesi –. Una volta portavamo la lana a Berna. Da diversi anni non c'era più questa possibilità. E noi non sapevamo più cosa farne, il prodotto veniva completamente sprecato». Il progetto di Gordola è stato sostenuto da enti legati alla regione e alla Confederazione (con un contributo anche da parte del Padrinato Coop). Per avviarlo è stato necessario racimolare oltre un milione di franchi. «Ma l'obiettivo – evidenzia Bisi – è che ora l'idea viaggi con le proprie gambe. La vendita dei nostri prodotti ci consentirà di autofinanziarci». E aggiunge: «Per noi della Pro Verzasca è un sogno che si realizza. Siamo riusciti a creare un sistema che valorizza un prodotto al 100% locale. Si tratta di un valore aggiunto per il turismo ticinese. Il nostro pubblico di riferimento? Soprattutto svizzero tedeschi e nord italiani. Sono molto interessati ai prodotti del territorio».

Una questione socio-culturale
Il concetto della centrale di Gordola abbina sostenibilità sociale, ambientale ed economica. Ancora Bisi: «Anche dall'estero seguono con interesse l'evoluzione di ciò che stiamo facendo. Perché il nostro è un messaggio che va controcorrente. In un'era in cui si centralizza, noi puntiamo sulla delocalizzazione. Con tante piccole centrali come quella di Gordola, la lavorazione della lana può sempre essere svolta sul posto di origine della materia prima».

I numeri

L'intervista

A colloquio con Renzo Longhi, ricercatore presso il Dipartimento tecnologia e innovazione della Supsi

La Supsi segue da vicino il progetto della centrale di lavaggio di Gordola. Qual è il vostro ruolo?
I responsabili della Pro Verzasca da tempo avevano il desiderio di lavorare sul posto la lana ticinese. Noi abbiamo fornito loro le tecnologie per valorizzare finalmente questo prodotto locale. Seguiamo l'evoluzione del progetto, mettendo a disposizione le nostre competenze. Per noi si tratta di un'iniziativa importante, perché ha una ripercussione diretta sul territorio della Svizzera italiana. Coinvolge un'intera comunità e permette di recuperare un'attività che stava morendo.

Si può già fare un primo bilancio dell'esperienza?
C'è parecchio entusiasmo. E lo dimostra il numero di allevatori, più di 50 per volta, che si sono presentati in occasione delle varie raccolte di lana. A Gordola arrivano anche contadini che hanno poche pecore. Puntiamo sulla qualità, anziché sulla quantità, si trattano tra i 20 e i 30 chili di lana al giorno. Il nostro è artigianato evoluto: si lavora la lana con tecniche vecchie di 150 anni, ma riviste in chiave moderna.

Che valore può avere questo progetto per il mondo dell'artigianato ticinese?
Farà scuola. Gli enti di altre quattro regioni, svizzere e italiane, che non riescono a sfruttare la lana del posto ci hanno già contattati. Altri seguiranno. Il progetto ha poi risvegliato una certa sensibilità ambientale, affascina l'idea della produzione  a chilometro zero. In futuro cercheremo di valorizzare altre risorse, e qui penso ad esempio alla filiera del legno o al sasso. Stiamo, inoltre, sperimentando nuove frontiere per le tecnologie ambientali, per riuscire a coltivare la vigna senza prodotti chimici, o per produrre vino senza solfiti. Insomma, il locale ci sta a cuore.