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Enrico Ruggeri a Locarno

Enrico Ruggeri in concerto il 21 novembre al Palazzetto Fevi di Locarno. Intervista a un artista controcorrente. — Diego Perugini

09 novembre 2015

È uno dei migliori cantautori italiani, capace come pochi di mescolare rock, melodia e testi poetici. E di mantenere nel tempo coerenza d'artista e spirito controcorrente. Enrico Ruggeri sarà il protagonista, sabato 21 novembre, ore 20.30, al Palazzetto Fevi di Locarno, della VII edizione del Concerto per l'infanzia. Una serata di beneficenza, il cui ricavato verrà devoluto all'Associazione Famiglie Diurne del Mendrisiotto, all'Associazione Pro Juventute della Svizzera italiana, all'Associazione Ticinese Famiglie Affidatarie e all'Associazione Progetto Genitori.

Enrico Ruggeri, le capita spesso di cantare per beneficenza?
Quando posso, perché no? È un dovere morale, che ho maturato con l'esperienza della Nazionale Cantanti (italiani, ndr). È giusto dare un po' della propria fortuna a chi ne ha meno.

Conosce la Svizzera?
Sì, ci ho suonato tante volte, in Ticino e al Nord. Anzi, ci sono famiglie svizzere che mi seguono in tour e hanno scoperto l'Italia anche grazie a me. Bella gente, calorosa: smentisco il cliché che li vorrebbe freddi e distaccati. L'unico luogo comune elvetico che confermo è che sono organizzati meglio dell'Italia. Ma ci vuole poco...

Che concerto proporrà a Locarno?
Dipende sempre dall'ambiente e dalla serata. E questa imprevedibilità è una delle cose più belle dei live. I concerti per me sono un punto fermo, a volte mi capita di scrivere una canzone e già immaginarmi sul palco. Le scalette, quindi, variano. Certo ci sarà una dozzina di classici immancabili, quelli che il pubblico vuole sentire e, per rispetto, non posso saltare: da Contessa a Il mare d'inverno, da Polvere a Quello che le donne non dicono. Il resto si vedrà, ho 31 album da cui scegliere.

L'ultimo disco si intitola «Pezzi di vita»…
È un mix di inediti e vecchi brani rivisitati con un suono compatto e personale, poco radiofonico. Perché quel che passano oggi i dj in radio non mi piace: fanno sembrare meglio i jingle pubblicitari delle canzoni. E io mi ribello.

Da dove le viene questo spirito battagliero?
Dal mio passato punk. Da sempre sono refrattario alle logiche del potere: ora nella musica non ti danno il tempo di crescere. O fai successo subito o sei fuori. Fossi nato al tempo dei «talent», sarei un senzatetto.

E, invece, lei tiene duro, non si rassegna…
Faccio le mie cose e la gente mi segue. Ho un mio studio, quando ho voglia entro e registro quel che mi passa per la testa. E se mi stanco della musica, scrivo un romanzo oppure conduco un programma radiofonico, come sto facendo adesso. Andare in pensione? Non ci penso proprio.

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