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Tiziano Ferro «il mestiere della vita»

Il cantante italiano ci racconta del suo ultimo lavoro: tanto ritmo, beat elettronici e melodie rotonde. Un ritorno alle origini con la maturità dell'età adulta. — DIEGO PERUGINI

19 dicembre 2016

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Sorridente, rilassato, a suo agio. E più sereno. Tiziano Ferro sembra aver cacciato per sempre i suoi demoni, ritrovando la pace con se stesso. Un percorso di vita che corre di pari passo con la musica. Non a caso il suo nuovo cd, Il mestiere della vita (Universal), è più solare e meno drammatico, più estroverso e meno contorto. C'è tanto ritmo in queste canzoni, beat elettronici e melodie rotonde, un ritorno alle origini con la maturità dell'età adulta. Insomma, il Tiziano Ferro che preferiamo. Di ballate vecchio stile ce ne sono poche, a partire dal singolo Potremmo ritornare, che sulle prime pare una canzone d'amore ma cela un risvolto più spirituale. Epic ha un incedere marziale, Lento/Veloce gioca fra r&b ed elettropop, My Steelo rimanda ai tempi in cui Ferro diciassettenne cantava nel gruppo rap Sottotono. Momento a parte (e piccolo capolavoro) è Il Conforto, inedito duetto con Carmen Consoli.

Com'è nato il disco?
Senza pensare a fare un disco. Ho provato a scrivere come agli inizi, per capire se ciò che facevo mi piaceva ancora. Senza fretta, né pressione. Ho preso casa a Los Angeles, mi sono messo da solo a lavorare, come facevo a 16 anni nella mia cameretta. E mi sono trovato in mano questo album.

Un ritorno alle origini?
In parte, sì. Mi ricorda i primi due lavori, ma con un approccio d'attacco, più aggressivo. Lo vedo come la fine di un capitolo e un nuovo inizio. Mi sono permesso il lusso di un cd a volte anche contraddittorio, ma mi andava così. Qualcuno intorno a me si è spaventato, pensavano a un passo falso. Ma alla fine li ho convinti.

Oggi è più sereno e sicuro di se stesso: ha forse imparato… «il mestiere della vita»?
Un grosso cambiamento c'è stato, anche a livello di percorso spirituale. La mia vita correva troppo e, a un certo punto, ho sentito il bisogno di conforto e di ritrovare gli affetti più cari. Allora ho abbassato il ritmo e ripreso i contatti. Nelle canzoni prima mi chiudevo a riccio, stavo sulla difensiva, mentre ora non ho paura di esporre la mia ricerca personale. Anche perché la musica è l'unico modo in cui racconto me stesso. Io non amo apparire né spiegare i miei pezzi. E non frequento i social network: dire che li disprezzo è troppo, ma le tempistiche così veloci non fanno per me.

Come si è trovato a Los Angeles?
Un posto strano, ci ho messo un sacco di tempo per capire se l'amavo o l'odiavo. Il bello è che lì si fanno davvero delle cose, hai mille opportunità, mentre altrove è più complicato. Ora vivo lì, ma non è un trasloco definitivo: per carattere non riesco stare fermo. Non sono fuggito dall'Italia, visto da lontano il mio Paese non è meglio né peggio di tanti altri. Anche se coi diritti civili siamo un po' indietro.

«Il conforto», in duetto con Carmen Consoli, ci sembra il brano più riuscito.
È la mia artista preferita, la vera erede di Mina per la spontaneità nel canto. Lei mi ha definito la sua «controparte maschile» e mi sono ritrovato in tante sue cose; è persino più schiva di me. È una canzone particolare, quasi parlata, lontana dai manierismi tipici di certi duetti.

Quando la rivedremo in concerto?
Da giugno 2017 sarò di nuovo negli stadi italiani. E non so ancora cosa succederà. Di certo immagino uno spettacolo al servizio della musica e degli spettatori, divertente e con tante canzoni del passato. Non capisco quegli artisti ego-riferiti che snobbano i loro successi, mi sembrano autolesionisti. Per me il momento più bello è quando sei sul palco e vedi la gente che ti restituisce le emozioni.

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