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Un'intima divisione

Attraverso la rappresentazione della banalità del quotidiano, il pittore americano Edward Hopper riesce a fissare sulla tela l’alienazione dell’uomo contemporaneo. Come in questa caffetteria, in cui la luce del sole segna la distanza fra i due personaggi.

TESTO
FOTO
MAD
27 novembre 2018

"Sunlight in a Cafeteria", di Edward Hopper, 1958, olio su tela (cm 102,5 x 152,7), è esposto alla Yale University Art Gallery di New Haven.

La solitudine è una componente strutturale della vita di ciascun essere umano, che inevitabilmente ne fa esperienza, anche se con modalità e tempi differenti. Non è per forza negativa, perché per alcuni può essere la via per una ricerca interiore, ma spesso è vissuta come una difficoltà e un peso. Trattandosi di una condizione umana viscerale e ineliminabile, essa è anche oggetto di indagine da parte di tutte le forme d’arte.
In pittura, la solitudine è la grande protagonista delle tele di Edward Hopper che – attraverso la rappresentazione della banalità del quotidiano – riesce a tessere un ritratto schietto della fragilità e dell’alienazione dell’uomo contemporaneo. Egli dipinge immagini della città o della campagna quasi sempre deserte o interni molto essenziali, in cui compare, a volte, anche la figura umana.
Eppure, laddove ci sono figure, esse non comunicano fra loro: in “Sunlight in a Cafeteria” – traducibile con luce del giorno in una caffetteria – del 1958, la donna e l’uomo non solo sono seduti a due distinti tavolini, ma sono evidentemente persi nei propri pensieri. Hopper non è interessato a raccontarne le storie o descriverne le espressioni, quanto piuttosto a rappresentare l’essenza dell’uomo attraverso un’istantanea che risulta sospesa in un’atmosfera irreale, enigmatica, immobile, vicina alla pittura metafisica di De Chirico. La luce del sole, che penetra trasversalmente dalla grande vetrata e disegna con sapienza le ombre, sottolinea con ancor maggiore prepotenza l’intima linea di divisione fra le due persone.
Anche in questa tela il pittore americano utilizza il taglio fotografico, simile a quello degli impressionisti che aveva visto a Parigi, molto apprezzato dal mondo cinematografico, tanto che registi come Hitchcock, Lynch, Altman, i fratelli Cohen e Antonioni hanno tratto ispirazione dalle sue opere.


L’artista

Edward Hopper

Edward Hopper (1882-1967) frequenta la New York School of Art e quindi intraprende importanti viaggi in Europa, dove assorbe la lezione impressionista. Al rientro in patria sviluppa uno stile personale che negli anni ’20 lo porta al successo. I suoi quadri, impregnati di realismo, sono entrati nell’immaginario collettivo come le rappresentazioni più vivide e oggettive dell’America del XX secolo.