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MUSICA
POP ITALIANO

«La vita, il mio gioco preferito»

È uscito “Il mio gioco preferito – parte prima”, nuovo progetto in due atti di Nek. Sette canzoni dirette ed essenziali, ricche di spunti autobiografici. Con al centro la forza dell’amore, ancora più necessaria in questi tempi difficili.

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Luisa Carcavale / MAD
20 maggio 2019

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Alle spalle ha una lunga carriera, con tanti successi in Italia e all’estero, sull’onda di un accattivante pop d’autore che racconta le mille sfaccettature dell’amore. Titoli vincenti come Laura non c’è, Se io non avessi te e Sei solo tu, fino al secondo posto sanremese nel 2015 con Fatti avanti amore. «Stanchezza? Mai! Mi sento giovanissimo, pieno di fiducia ed entusiasmo» ci confida Nek, da poco tornato con una nuova avventura. Un disco, Il mio gioco preferito – parte prima (Warner), anzi un progetto in due atti.

Nek, ci spiega come funziona?

Dopo un paio d’anni di tour e impegni vari, ho capito che era il momento di far uscire qualcosa di nuovo. Ma con un taglio diverso. Così ho pensato di dividere l’album in due momenti, da far uscire a pochi mesi di distanza: ora la prima parte, in autunno la seconda, in concomitanza col tour.

Ma qual è la strategia?

Oggi i tempi sono cambiati, c’è più dispersione e un intero album rischia di bruciarsi in fretta. Allora ho pubblicato questi primi sette pezzi, dei potenziali singoli che il pubblico potrà assimilare con più calma. In ottobre ne usciranno altri sette, a chiusura del cerchio.

Le nuove canzoni sono brevi. E molto dirette.

Ora va così, non c’è più tempo. Il ritornello deve arrivare subito al cuore degli ascoltatori, altrimenti sei fuori. Ci vuole essenzialità, il classico dono della sintesi. Poi, magari, dal vivo mi sfogherò con divagazioni e assoli, l’ho sempre fatto. Nei suoni ho abbandonato l’elettronica degli ultimi lavori per tornare agli strumenti suonati per davvero. E la seconda parte andrà sempre in questa direzione, anzi sarà più “cattiva”.

Parafrasando il titolo, qual è il suo “gioco preferito”?

In copertina ho messo il cubo di Rubik, metafora della vita, fatta di incastri che non sempre riescono. È la mia fotografia, perché io quel che sono lo metto nei dischi. Ho il privilegio di fare ciò che amo e mi godo ogni attimo. La maturità e la paternità mi hanno portato ad apprezzare le piccole cose. E, al tempo stesso, mantengo vivo il bambino che c’è in me, l’incoscienza, la voglia di giocare.

Nei testi c’è quasi sempre l’amore…

Perché, alla fine, rimane l’unico caos che siamo disposti a sopportare. E in questi tempi così violenti bisogna combattere per l’amore. Mi fa rabbia vedere certe coppie che, alla prima difficoltà, mollano tutto. A volte, per fortuna, va diversamente: due miei amici, dopo anni di lontananza, si sono rimessi assieme e la co- sa mi ha molto colpito. Tanto da scriverci una canzone, Cosa ci ha fatto l’amore.

Uno dei pezzi più forti, anche musicalmente (una sorta di ska), è “Musica sotto le bombe”.

È nato guardando i TG con mia figlia che mi chiedeva perché al mondo c’è la guerra. Ecco una delle difficoltà di essere genitori. Ma la risposta è positiva: anche nei momenti peggiori, credo ci sia sempre una speranza, quella meravigliosa capacità di reagire al dolore.

Quando tornerà live?

Il 22 settembre farò un concerto speciale all’Arena di Verona, poi dal 18 novembre partirò per un tour nei club d’Europa. Non lo faccio da tanto, sarà un piacere incontrare di nuovo gli italiani all’estero e dire al pubblico europeo che sono ancora qui. Suonerò a Londra e, soprattutto, al Bataclan di Parigi, dove sarà una bella botta emotiva.