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ANNIVERSARIO
BAUHAUS

L'eredità salvata

L’istituto d’arte tedesco Bauhaus compie 100 anni. Ebbe come direttore il basilese Hannes Meyer, che morì a Savosa nel 1954. Un’avvocata ticinese ha salvato il suo archivio.

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Foto Bauhaus-Archiv Berlin, Massimo Pedrazzini, Pino Covino, Wikimedia/Dabbelju , Wikimedia/boniboni
02 settembre 2019

Hannes Meyer (1889-1954), immortalato nel 1928/29 a Bernau, nei pressi di Berlino.

C’è un filo invisibile che unisce due coniugi ticinesi, Lucilla Ferroni Giacomazzi e Fabio Giacomazzi, «a uno dei più importanti architetti del XX secolo»: Hannes Meyer (1889-1954). Il suo nome, infatti, è legato al celeberrimo istituto d’arte Bauhaus di Weimar, che diresse dal 1928 al 1930. Visse gli ultimi anni della sua vita in Ticino nell’oblio e morì in povertà a Crocifisso di Savosa. Per l’occidente era un architetto comunista, per l’URSS di Stalin troppo traviato dal modernismo borghese. Persino il fondatore del Bauhaus, Walter Gropius, lo accusò «d’aver dissolto l’idea» dell’istituto a causa della sua adesione al marxismo.

La casa dei sindacati generali a Bernau, nei pressi di Berlino (1928-1930)

Eppure, l’architetto basilese Hannes Meyer è stato l’artefice di progetti edilizi che hanno fatto scuola: dalla cooperativa abitativa “Freidorf” di Muttenz (1919), alla colonia cooperativa di vacanza per ragazzi di Mümliswil (1937), oggi monumento in ricordo dei bambini vittime di collocamenti forzati, fino alla Scuola sindacale (1928) a Bernau, vicino a Berlino, patrimonio dell’umanità Unesco dal 2017. E ha lasciato un’eredità preziosa: un archivio con schizzi, lettere e progetti che, alla morte della sua seconda moglie nel 1983, rischiava di andar perso.

Fabio Giacomazzi, 63anni e Lucilla Ferroni Giacomazzi, 63 anni, al Teatro San Materno di Ascona, unico teatro d'architettura Bauhaus in Svizzera.

Se, oggi, infatti, la fondazione Bauhaus di Dessau detiene buona parte di quel patrimonio intellettuale lo si deve anche a Lucilla Ferroni Giacomazzi. Nel 1984, la giovane avvocata di Lugano assunse il patrocinio dei due figli di secondo letto di Meyer, Liselotte e Mario, che si opposero alla vendita dell’archivio, chiedendo che fosse messo a disposizione della collettività. E così fu, con una convenzione conclusa nel 1988. «La parte riguardante il Bauhaus fece ritorno a Dessau, nell’allora Repubblica Democratica tedesca. E come gesto di ringraziamento, nel giugno del 1989, a pochi mesi dalla caduta del muro di Berlino, fui invitata ufficialmente nella DDR al simposio internazionale sul Bauhaus per il centenario della nascita di Hannes Meyer», racconta l’avv. Lucilla Ferroni. Con il marito Fabio, architetto e urbanista, ricorda i giorni trascorsi nella Germania “comunista” e di quella maledetta batteria scarica della reflex, che ha impedito loro di poter immortalare istanti di un Paese che oggi non esiste più. «Cercammo una pila per la nostra Canon in tutti i negozi della Unter den Linden, a Berlino Est. Impossibile», rievoca Fabio.

L’ideale di Meyer

Ed è lo stesso Giacomazzi a fornirci alcuni cenni biografici di Meyer. Autodidatta, figlio di borghesi, in gioventù lavorò come muratore sui cantieri di Basilea, toccando con mano le dure condizioni di lavoro e la misera vita degli immigrati dall’Italia. Questa esperienza gli fece maturare la convinzione che l’architettura doveva essere strumento per cambiare la società in senso umanistico e democratico. Un esempio di questo suo slancio ideale fu la costruzione, nel 1919, del villaggio “Freidorf” di Muttenz, alle porte di Basilea, la prima cooperativa abitativa in Svizzera. Venne promossa da Bernhard Jaeggi, consigliere nazionale socialista e presidente dell’allora Unione Svizzera delle cooperative di consumo (USC), oggi Coop.

Il Freidorf a Muttenz (BL), prima cooperativa abitativa in Svizzera.

Era l’epoca in cui si cercavano soluzioni per mitigare le tensioni sociali culminate nello sciopero nazionale del 1918. Questo progetto voleva porsi in contrasto con la speculazione edilizia e rendere accessibili ai dipendenti dell’USC case moderne e dignitose. Al “Freidorf” di Muttenz, Hannes Meyer propose un modello di sviluppo insediativo innovativo: «Di Meyer mi è piaciuta molto questa fase. Dietro a questo progetto vi era un’idea di socialità, di un nuovo rapporto della società con il territorio e, attraverso la razionalizzazione dei processi costruttivi e la minimizzazione dello sfruttamento delle risorse, una grande attenzione all’economicità», afferma Giacomazzi.

Il prossimo 14 settembre i circa 400 abitanti del Freidorf festeggiano i suoi 100 anni. «In Ticino si è cominciato solo di recente a parlare di cooperative abitative. È difficile metterle in pratica, visti gli elevati costi dei terreni e la storia del nostro Cantone, che non ha conosciuto inurbamenti industriali. Da noi si è costruito su parcelle agricole frammentate, in una dinamica molto individualistica e speculativa».

Il docente innovativo

Nel 1928, con l’arrivo al Bauhaus a Dessau, l’architetto basilese, ispirato al pensiero di Pestalozzi e Rousseau, si rivelò anche un pedagogo brillante e innovativo. «Il suo metodo di insegnamento combinava il progettare con il fare, senza lezioni ex cattedra, ma con laboratori di apprendimento, in cui piccoli gruppi di studenti collaboravano alla creazione», continua Giacomazzi.

La colonia di Mümliswil (SO), oggi monumento per i bambini vittime di collocamenti forzati.

Un’esperienza, che per Meyer si concluse nel 1930, in una Germania in ginocchio per la crisi e dilaniata da conflitti che portarono al nazismo e alla chiusura dell’istituto nel 1933. L’architetto svizzero fu licenziato dalle autorità cittadine socialdemocratiche perché comunista. Si rifugiò in Unione Sovietica, con cui ruppe nel 1936 per l’avversione al monumentalismo staliniano. Tornò in Svizzera, dove fu ancora una volta il presidente delle USC Jäggi ad affidargli un progetto edilizio: la colonia cooperativa di vacanza per bambini a Mümliswil (SO). «Meyer ha costruito poco, ma con questo edificio è riuscito a proporre una tipologia moderna di organizzazione degli spazi comunitari, che in seguito verrà ripresa ad esempio dagli ostelli della gioventù in Svizzera», sottolinea Giacomazzi. Meyer lascia di nuovo la Svizzera e va in Messico, dove dirige l’ufficio di pianificazione della capitale. Il rientro in patria dopo la Seconda Guerra mondiale si rivela difficilissimo. Di fatto è considerato persona non grata. «Paradossalmente, a permettergli di realizzare concretamente degli edifici fu soltanto quella socialdemocrazia che combatteva, in nome di un anticapitalismo senza compromessi», continua Giacomazzi, che vede in Meyer «una figura antitetica all’eccentricità delle archistar di oggi. Meyer creava delle opere confrontandosi con tutti coloro che, di solito, a questo processo decisionale non partecipavano».

 

 

Il 100° del freidorf

La cooperativa abitativa

Fu grazie all’iniziativa dell’Unione delle cooperative di consumo (USC), oggi Coop, che si costruì, un secolo fa, la cooperativa abitativa di Freidorf a Muttenz (BL). A progettarla fu Hannes Meyer, discendente di una famiglia basilese di architetti da tre secoli (suo prozio fu Amadeus Merian). Per info (in tedesco) sulla festa del 100° anniversario:

www.freidorf-100-jahre.ch