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STORIE DI PIAZZA

Il baricentro del Ticino

La piazza di Brione Verzasca custodisce i suoi gioielli che raccontano la storia antica di una valle che più di tutte ha subito l’emigrazione in Ticino. A raccontarci la bellezza di questi spazi sono Fabrizio Bacciarini, Angelo Scolari, Pascal Favre e don Marco Castelli.

FOTO
MASSIMO PEDRAZZINI
25 settembre 2018

Da sinistra il castello Marcacci, la chiesa di Santa Maria Assunta, la casa comunale e il parco.

È un bel venerdì di fine estate a Brione Verzasca. Il cielo è terso, ma in piazza il sole deve ancora fare capolino. «Arriva tra una mezz’oretta», dice il sindaco Fabrizio Bacciarini, che ci apre le porte della Casa comunale. L’edificio costruito nel 1644 è stata la prima scuola in tutta la valle, testimonianza architettonica secentesca lasciata in donazione dall’architetto Giovanni Gada. Il sindaco ci mostra la sala del Consiglio parrocchiale con il calore del padrone di casa. Dopo avere dato un’occhiata al salone «dove d’inverno si tiene la messa, perché in chiesa fa troppo freddo», usciamo in piazza. Da un’autovettura targata Friburgo in Brisgovia scende una famigliola tedesca che resta stupita dalla bellezza della casa comunale con i gerani rossi alle finestre, della chiesa dedicata a Santa Maria Assunta, risalente alla fine del XIII secolo, e del giardinetto con il parco giochi, la fontana e, poco più in là, il castello Marcacci, altra preziosa testimonianza architettonica del XVIII secolo, quando i signori Marcacci, giudici della valle, fecero costruire questa abitazione fortificata per impressionare gli abitanti di Brione e di tutta la Verzasca.

Il sindaco Fabrizio Bacciarini posa davanti al Castello Marcacci, che diventerà un centro espositivo.

Pascal Favre, nel parchetto con la falce che usava per tagliare il prato. 

Angelo Scolari indica la croce, baricentro del Ticino.

Don Marco Castelli e, sullo sfondo, la chiesa rivolta verso Oriente.

Il castello ora è di tutti

Oggi l’edificio appartiene al Comune: «Lo abbiamo acquistato lo scorso anno, innanzitutto, perché è un bene protetto e poi perché le sorelle del vescovo emerito Ernesto Togni, che gestivano la trattoria all’interno del monumento, hanno espresso la volontà che ne fosse fatto un uso pubblico», spiega Bacciarini. «La nostra intenzione è di renderlo un punto di incontro per la popolazione, ma anche un centro culturale, turistico ed espositivo». La scommessa è di fare tornare la gente in piazza, che Brione, 180 abitanti di una valle che più di altre in Ticino ha vissuto la povertà e l’emigrazione, non diventi un museo a cielo aperto. «Mi ricordo bene quando alla trattoria del castello si fermavano i lavoratori delle cave per bere qualcosa», racconta il sindaco, mentre guarda verso la val d’Osola, che prende il nome dal torrente immissario della Verzasca, il cui toponimo riman- da alle origini dell’antica popolazione pre-romana dei Liguri, che colonizzarono queste valli per primi, diversi secoli prima di Cristo. Le tracce della loro presenza sono i nomi di luogo con desinenza -asco, -asca. «In val d’Osola c’erano otto cave. Oggi ne resta soltanto una, quella dei Buzzini, che tiene alto il prestigio del granito della Verzasca, che troviamo a Palazzo federale e alla stazione di San Gallo».

Piazza Brione Verzasca vista dal drone: 

Piazza Brione Verzasca da drone © FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

In piazza il sacro e il pagano

«In questa piazza si festeggia il carnevale, il “mezzagosto” e il 16 agosto, la festa di San Rocco (protettore dalla peste, è venerato in Valle solo a Brione, mentre è molto diffuso nel resto del Ticino, visto che in pianura, in particolare sul piano di Magadino imperversavano le malattie, ndr), in cui non si lavorava e si faceva un pellegrinaggio in suo onore», continua l’ingegnere 44enne, che racconta un curioso episodio della sua infanzia: «Una volta in mezzo alla piazza c’era un albero circondato da un’aiuola con delle pietre. Mio zio aveva preso di nascosto l’auto di mio nonno ed era finito contro la pianta». I tempi erano quelli di una Brione vivace, semplice, contadina, «con 4-5 ristoranti, vari negozietti, l’ufficio postale, la banca». Si avvicina un uomo dalla lunga barba, il fisico asciutto e atletico. Si chiama Pascal Favre, classe 1954, di Neuchâtel, che 35 anni fa decise di lasciare le comodità cittadine per vivere da contadino di montagna in val Verzasca e fare il formaggio grazie alla sua ottantina di capre. «È colpa della DRS – afferma con ironia –. Avevo 30 anni ed ero in vacanza a St. Moritz con la mia futura moglie. In hotel avevamo visto una trasmissione che parlava dello spopolamento nelle valli. Mi ricordo di un giovane verzaschese che lanciò l’appello a venire e io risposi “presente!”». Dalla nobile Neuchâtel, dove aveva giocato per la squadra giovanile dello Xamax, all’asprezza dei monti verzaschesi, Favre ricorda ancora bene i suoi inizi, quando falciava il prato dove adesso c’è il parco giochi. «C’erano un giardino, un frutteto e la vecchia casa del calzolaio al posto della fermata del bus».

Piazza Brione Verzasca vista da terra: 

Piazza Brione Verzasca ©FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

L’abside rivolta a Est

Nei libri antichi gli abitanti di questa valle venivano descritti come «selvaggi uomini delle foreste», mentre Stefano Franscini li definiva «collerici e vendicativi». Oggi si racconta dell’acredine tra la Brione “sopra e sotto il muro”, diventata ormai un ricordo. «La rivalità tra le due parti era così accesa che si arrivava anche allo scontro fisico», spiega Angelo Scolari, docente in pensione delle scuole elementari di Brione, che evoca il suo primo giorno di scuola. «Arrivai in piazza e mi resi conto di non conoscere quasi nessuno. Arrivavo da una frazione del villaggio». Ci avviciniamo alla chiesa, dove si custodiscono delle teche con ossa di martiri donati da brionesi emigrati a Roma. «I Santi Martiri venivano portati in processione quando c’era la siccità e si andava nelle campagne per chiedere la pioggia», spiega don Marco, che ci accompagna all’interno della chiesa dedicata a Santa Maria Assunta, impreziosita da affreschi di allievi della scuola di Giotto risalenti al 1315, in cui sono rappresentati alcuni momenti della vita di Gesù, tra i quali l’entrata a Gerusalemme, il battesimo, l’Ultima Cena. La chiesa, oltre alla sua acquasantiera alta, per evitare che si abbeverassero gli animali, svela un’altra particolarità: il suo orientamento verso Est: «Sant’Ambrogio raffigurava Gesù come sole che sorge. L’abside è rivolta a Est».

Prima di congedarci, Scolari ci mostra l’ultima chicca. Per terra, dietro la chiesa, vi è una croce incisa su una piastrina. «Indica che il centro del Ticino è a Brione e non più a Mergoscia», osserva l’ex docente delle elementari riferendosi alla misurazione del 2012, che ha corretto la posizione del baricentro del cantone che si trova in territorio di Brione Verzasca, a 1.540 metri di quota verso il Poncione d’Alnasca. La mattina sta per finire. Angelo Scolari ci saluta con unabattuta scherzosa: «Il centro del Ticino siamo noi». Ci congediamo con un sorriso e una bella stretta di mano.