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STORIE DI PIAZZA

Piccola piazza, grandi emozioni

Piazza San Mamete era il centro nevralgico della vita degli abitanti di Lumino. I ricordi di Gianfranco Franzi, Linda Galusero, Andrea Righetti e Livia Veronelli.

FOTO
MASSIMO PEDRAZZINI
30 ottobre 2018

Da sinistra la chiesa di San Mamete, l'oratorio in fondo e la casa di colore rosa, dove c'era l'ufficio postale.

«Di sera sulla piazza gli uomini si riuniscono. Parlano quasi sempre di sport. Certe volte cantano. In inverno accendono il fuoco. C’è chi si picchia, chi giuoca alla “morra”, alla palla, a rincorrersi. Ci sono delle sere che fanno la corsa in bicicletta o a piedi. Sabato scorso Vito, Ausano e Sandro hanno preso un gallo a mia zia Teresa per farla tribolare. La piazza si trova vicino alla chiesa. Di notte è rischiarata dalle lampadine elettriche. Un mese fa c’era la fontana ed ora non c’è più. Le mucche andavano ad abbeverarsi. Nella piazza c’è un andirivieni di gente». Era questa piazza San Mamete 70 anni fa. Il componimento è di Andrea Righetti che tiene in mano la fotocopia del testo datato 19 ottobre del 1948. «Facevo la quarta elementare, avevo 9 anni», dice appena stacca lo sguardo dal foglio. Ci sediamo attorno a un tavolo. Siamo nell’edificio rosa davanti alla chiesa, dove una volta c’era l’ufficio postale, il telefono pubblico e le bucalettere nelle quali venivano infilate le richieste di visita ai medici che settimanalmente giungevano da Bellinzona. Ad ascoltare la voce di Righetti ci sono Livia Veronelli, Linda Galusero, e Gianfranco Franzi, che in quella casa ci è cresciuto (suo padre Felice era “buralista” postale). L’attimo è carico di emozione. La prima a parlare è Linda Galusero, classe 1931, a cui tornano in mente i tempi di gioventù, quando i luminesi che emigravano per l’America si congedavano nella piazza gremita di compaesani. «Mi viene in mente quando partì il povero Giglio Ghidossi ma ricordo anche l’”Orai”», così chiamavano in paese un distinto signore tornato dall’America «perché diceva sempre “All right”». Il classico zio d’America vestito elegante, che aveva la bizzarra abitudine «di entrare con le scarpette bianche nella stalla».

Andrea Righetti, nato e cresciuto vicino alla piazza.

All'ombra di un ciliegio e davanti a una vecchia stalla, Livia Veronelli.

Da sinistra la chiesa di San Mamete, l'oratorio in fondo e la casa di colore rosa, dove c'era l'ufficio postale.

Il gelataio alla domenica

La piazza è dedicata a Mamete, santo martire del III secolo, patrono di balie e animali che, si narra, leggesse il Vangelo alle bestie della foresta. «Una volta, alla vecchia fontana davanti alla chiesa si andava, a prendere l’acqua perché a casa non c’era l’acqua corrente – continua Galusero – Con i miei fratelli si litigava su chi dovesse portare i due pesanti secchi di rame da 10 litri». All’epoca si andava a lavare i panni alla Moesa o nel riale e la vita in quel villaggio contadino del Bellinzonese era segnata dall’alternarsi delle stagioni. Quando arrivavano i giorni di festa, però, la piazza diventava il centro del mondo. «Che bello alla domenica, quando arrivava il gelataio da Bellinzona», sospira Livia Veronelli, che custodisce ancora con affetto i ricordi di quei lunghi pomeriggi domenicali d’estate, quando ascoltava la musica a finestra aperta. Le note dei suoi dischi si diffondevano fino alla strada. «Gli anziani seduti sulla panchina nel piccolo spiazzo sotto casa mia le ascoltavano con piacere», racconta la ex docente. «La piazza era sempre movimentata e i canti dei giovanotti si sentivano provenire da lontano e a me piaceva sentirli cantare tutta la sera. E nessuno reclamava».

Gianfranco Franzi posa vicino alla fontana con il vinile della Corale Eco di Lumino del concerto del 1983.

Seduta su una panchina in legno Linda Galusero. Sullo sfondo la vecchia casa comunale che, ai tempi della fanciullezza di Galusero, era una scuola.

Foto di gruppo davanti alla chiesa, una delle più antiche del Ticino. 

La processione e i vetri infranti

In occasione della festa patronale dedicata a San Mamete, le famiglie di Lumino portavano con le gerle e i carretti le torte da far cuocere al forno del panettiere. Con il gesso, sul fondo di ogni teglia, ciascuno si premuniva di scrivere il proprio nome al fine di garantire il corretto recupero della torta dopo la cottura. Veronelli, poi, racconta che per la processione della Madonna Pellegrina, «si tagliavano i fiori di ginestra e per decorare la strada e i balconi ci si riuniva le sere precedenti per confezionare corone e ghirlande e davanti alle case venivano messi dei tavolini coperti con tovaglie bianche di lino».
«Negli anni ’50 Lumino contava 600 abitanti, oggi più di 1400», fa notare Gianfranco Franzi, che rievoca un episodio divertente accaduto in piazza quando era ancora bambino. «Ai tempi erano tanti i luminesi che andavano a lavorare a Bellinzona presso il Cantone, la Posta e le FFS. In particolare, mi ricordo di operai e impiegati, che passavano per la piazza per raggiungere la stazione della Ferrovia Bellinzona-Mesocco (chiusa nel 1972, ndr) e andare a lavorare. Noi giocavamo al pallone davanti alla chiesa, sul sagrato. Capitava che i giovani operai e gli apprendisti delle officine si fermavano e davano un calcio veloce al pallone. Più di una volta è capitato che uno dei vetri della porta d’ingresso sia andato in frantumi con una pallonata e l’autore della marachella, visto il timore di perdere il tram, ordinava ai ragazzini in piazza di dire al parroco che la sera stessa sarebbe passato a saldare il conto». Scena che si ripeteva spesso, lasciando per terra «una miriade di vetri rotti», all’ombra di una chiesa, quella di San Mamette che, con il suo stile romanico e gli otto secoli di storia, rientra nel novero degli edifici di culto tra i più più antichi del Ticino. La prima menzione, infatti, risale al 1237, anno in cui gli abitanti di Castione e di Lumino chiesero di staccarsi dalla chiesa di Bellinzona.

Il gruppo teatrale e di cabaret

Oggi la piazza, con l’acciottolato, la chiesa e le vecchie stalle diventate moderni appartamenti, si presenta ai luminesi come un piccolo salotto che sale verso la fontana nuova, l’Osteria Franzi , e la vecchia casa comunale. Ma non solo. Il vecchio Oratorio che si trova vicino alla chiesa, ricavato agli inizi degli anni ‘30 da una vecchia stalla, ha ritrovato nuova vita ospitando dal 1991 a tutt’oggi gli spettacoli del gruppo teatrale e di cabaret luminese de I Fughezzee per assistere ai quali giungono ogni anno persone provenienti da ogni parte del Cantone. «I nostri spettacoli teatrali sono in dialetto ticinese standard, ma non mancano delle battute in dialetto locale, una sorta di crocevia tra quello ticinese e del Moesano. Da noi, per esempio, uva si dice uga e non üga e uovo si dice ef e non oef”, afferma Gianfranco Franzi, presidente e fondatore del gruppo.
Lo spettacolo di quest’anno, al quale hanno assistito come ospiti d’onore il Consigliere federale Ignazio Cassis e la sua consorte, era intitolato, tanto per stare nel tema, “Quelli eran tempi!”.
I masaree, così venivano chiamati gli abitanti di Lumino, guardano avanti con fiducia e si preparano a festeggiare una loro concittadina illustre, la consigliera nazionale Marina Carobbio, che ad inizio dicembre diventerà la prima cittadina della Svizzera.


Vista a 360° e dall’alto

Guarda piazza San Mamete a Lumino a 360°:

Piazza Lumino - 2018 © FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

Guarda piazza San Mamete dall'alto, dal drone: 

Piazza Lumino da drone - 2018 © FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

Immagini del passato

 Carnevale in piazza.

 Carnevale in piazza.

 La chiesa, di stile tardoromanico e barocco e la facciata neoclassica prima del restauro della seconda.


 La posta di Lumino con la scala che portava all'ingresso dell'ufficio in cui c'era anche il telefono. 

 Nella processione bambini attraversano la vecchia cantonale. Si nota, sullo sfondo, la vecchia fontana, rimossa nel 1948, dove si andavano ad abbeverare le mucche.