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IL RACCONTO
SERIE NOIR

Episodio 36: Troppa luce

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain.

TESTO
FOTO
ILLUSTRAZIONE: ANDREA DE CARLI
06 novembre 2018

I vecchi poliziotti vanno in vacanza. Invitano a cena gli amici. Magari approfittano della pensione per dedicarsi alla pittura, al modellismo, allo studio dell’inglese. I vecchi poliziotti partono in crociera, imparano a cucinare, si occupano dei nipoti e dei bisnipoti. D’inverno guardano la televisione, d’estate camminano per le vie del centro storico.
Ma i vecchi poliziotti non dimenticano.
L’ex commissario Robbiani sedeva a un tavolo del Lichthof, nell’edificio principale dell’Università di Zurigo. Lo spazio era simile a un chiostro inondato di luce. Un grande brusio saliva dal basso, dove le persone mangiavano, studiavano o, semplicemente, facevano passare il tempo. Ai corridoi dei piani superiori si affacciavano numerose balconate. I davanzali di pietra erano tanto spaziosi che fungevano da punto di appoggio per gli studenti: qualcuno lavorava al computer, a gambe incrociate, altri chiacchieravano o guardavano il telefono.
Qualche giorno prima da uno di quei davanzali era precipitata una studentessa.
Robbiani stava pensando proprio a quella ragazza, anche se parlava d’altro. Di fronte a lui c’era Jakob Müller, commissario di lungo corso della polizia zurighese, con il quale Robbiani aveva collaborato anni prima. Müller si era stupito di vedere arrivare l’ex poliziotto ticinese insieme a una donna dalle fattezze maghrebine. La sua riservatezza svizzero tedesca lo aveva trattenuto dal fare domande, ma Robbiani stesso gli aveva confessato che ormai non era più autosufficiente.
– A una certà età, bisogna farsi aiutare. Lei è ancora giovane, Müller…
– Vado in pensione l’anno prossimo – lo interruppe Müller.
– Appunto: è ancora giovane.
I due parlavano in francese: Robbiani lo capiva meglio del tedesco e Zaynab, che era cresciuta a Tunisi, lo parlava fin da bambina. Dopo un po’, Zaynab annunciò che sarebbe andata a fare due passi.
– Posso fidarmi a lasciarvi soli? – chiese con un sorriso.
– Cercheremo di non combinare guai… – promise Robbiani.
Si era accorto che Müller era perplesso. Non capiva che cosa volesse da lui quell’ex commissario ticinese, zoppicante, pieno di rughe, ormai fuori dal giro da anni.
– So che avete fatto un convegno sulla sicurezza qui all’università – disse Robbiani. Me ne ha parlato il commissario De Marchi. C’erano anche il procuratore Lafranchi, il commissario Beretta, tanti vecchi amici.
– Sì… – borbottò Müller, con l’aria di chiedere: e allora?
– Ho sentito De Marchi di recente – proseguì Robbiani. – Si occupa di un caso simile a uno di quelli a cui avevo lavorato io.
– In che senso, “simile”?
Robbiani gli spiegò che vent’anni prima una ragazza era precipitata dal tetto di un autosilo. Un suicidio, avevano stabilito. Ma c’era un dettaglio inquietante: Stefania Bianchi indossava un paracadute. Chiuso.
Müller si fece più attento.
– Negli ultimi mesi altre due donne sono morte così – continuò Robbiani. – Eleonora Guzzi a Bellinzona, Esther Fischer in valle Bavona. Entrambe cadute dall’alto. Entrambe indossavano un paracadute chiuso.
Müller e Robbiani volsero lo sguardo al punto in cui era precipitata la ragazza. I suoi amici avevano depositato mazzi di fiori, pupazzetti di stoffa, lumini, fotografie, cartoline, foglietti di carta su cui avevano scritto un pensiero o semplicemente di- segnato un cuore.
– Ho seguito il caso – disse Müller. – Anche perché è successo proprio mentre facevamo il convegno. Non ha niente a che vedere con quella storia dei paracadute. È un tragico incidente… infatti abbiamo chiesto all’Università d’introdurre delle norme di sicurezza più rigide.
Robbiani annuì. Ma qualcosa lo rendeva inquieto.
– È tutto troppo chiaro – disse più tardi a Zaynab, mentre si dirigevano all’uscita. – Un “tragico incidente”… – Si fermarono davanti al luogo in cui la ragazza aveva toccato il suolo. – Non ti sembra troppo lontano dalla balconata? C’è qualcosa che non mi convince.
– Forse hai ragione – disse Zaynab. – Guarda qui.
Robbiani vide e trasalì. Tra i vari oggetti commemorativi c’era un piccolo paracadute di carta, di colore bianco. Non si notava quasi, appoggiato in mezzo ai cuori, ai peluche, ai biglietti di addio. Robbiani lo fissò a lungo, con un brivido che gli saliva lungo la schiena. Era come se, all’improvviso, il Lichthof fosse diventato buio.
– Zaynab – mormorò. – Zaynab… allora non mi sto immaginando tutto.
– Ho paura di no – disse lei, stringendogli il braccio.