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SERIE NOIR

Episodio 40: Calonico

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain.

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ANDREA DE CARLI
03 dicembre 2018

Nonostante le ore di lezione, nonostante avesse già guidato più volte, Zaynab realizzò di avere ottenuto il permesso di condurre solo quando, insieme a Robbiani, imboccò l’autostrada da Lugano verso Nord.
Robbiani era un po’ rigido, sul sedile del passeggero. Con una mano si aggrappava alla maniglia che stava sopra il finestrino.
– Va tutto bene? – chiese Zaynab.
– Che cosa? – borbottò l’ex commissario.
– La mano.
– Ah… – Robbiani alzò gli occhi e guardò la mano come se non gli appartenesse. – Sì, scusa, non è perché non mi fido…
– Ci mancherebbe. Guarda che mi hai insegnato tu.
– Lo so. – Robbiani aveva abbassato la mano. – Mi fido… è solo che sono più comodo, per via del mal di schiena… però non fa niente, io…
– Oh, basta, attaccati pure alla maniglia! – esclamò Zaynab sorridendo.
Uscirono a Faido e si diressero verso Lavorgo, dove imboccarono la strada in salita che portava a Calonico. Era un villaggio di una cinquantina di abitanti, conosciuto soprattutto per la chiesa di san Martino. L’edificio, con il suo campanile bianco medievale, spiccava sulla cima di uno sperone roccioso: era visibile dall’autostrada, dalla ferrovia, da tutto il fondovalle. Zaynab era contenta di vederla da vicino, anche se ciò che li portava lassù era un fatto drammatico.
Due donne erano morte dopo essere precipitate dallo sperone roccioso su cui poggiava la chiesa. La prima, Giovanna Morel, era un’artista che risiedeva per buona parte dell’anno a Calonico. Si pensava a un suicidio, ma non aveva lasciato nessun biglietto: l’unico dettaglio anomalo era che, al momento della caduta, la donna indossava quello che sembrava uno zaino ma era un paracadute chiuso. Ancora più strano il fatto che Caterina Guzzi, caduta dallo stesso punto cinque giorni dopo, indossava pure lei un paracadute. A complicare il tutto, la circostanza che Caterina Guzzi era la sorella maggiore di Eleonora, precipitata tre mesi prima con un paracadute dalla rupe di Castelgrande a Bellinzona. Per non parlare di Luisa Fischer, la turista trovata morta in fondo a un precipizio in valle Bavona. Era un’ondata di suicidi, come sembrava pensare la polizia?
L’ex commissario Robbiani non poteva dimenticare che, vent’anni prima, gli era capitato un caso simile: una donna era piombata giù dal tetto di un autosilo, a Lugano, con addosso un paracadute chiuso. Robbiani era convinto che dietro gli apparenti omicidi ci fosse la mano di un assassino. Nessuno tuttavia sembrava prenderlo sul serio.
Caterina Guzzi, al momento della caduta, aveva addosso anche la sua borsa a tracolla, il cui contenuto si era sparpagliato nel bosco. All’imbocco della via che portava alla chiesetta c’erano un furgone della polizia e un tavolo con gli oggetti recuperati dal precipizio. Il commissario De Marchi salutò con un cenno Robbiani e Zaynab.
Il corpo aveva picchiato sulle rocce, prima di atterrare, e molti oggetti – tra cui il paracadute – erano sporchi di sangue. Lì accanto, il procuratore Lafranchi sembrava furibondo: i poliziotti avevano mescolato le cose di Caterina Guzzi con i loro utensili e i loro documenti. Lafranchi indicò una carta geografica insanguinata, una ricetrasmittente e un cellulare.
– Questa è roba vostra, no? – esclamò. – E la mappa è mia, ve l’ho data io. Ragazzi, possibile che non abbiate un po’ di cura? Questo non è un semplice suicidio, ormai lo dovreste sapere!
Robbiani e Zaynab si scambiarono uno sguardo.
Nessuno avrebbe potuto spiegare il movente di un eventuale assassino. Le donne non avevano subito nessun tipo di violenza e, a parte le due sorelle Guzzi, non si conoscevano fra loro. Ma dalla cupezza di De Marchi e dalla rabbia di Lafranchi, si capiva che gli inquirenti avevano raggiunto la stessa convinzione di Robbiani.
– Commissario, aveva ragione lei – disse Lafranchi.
– Come? – fece Robbiani.
– Avremmo dovuto aprire subito un’inchiesta per omicidio.Più tardi
, mentre scendevano, Zaynab aprì il finestrino e inalò una boccata di aria fresca come se le mancasse il respiro.
– Qui la montagna è così bella – disse a Robbiani. – La chiesetta così pulita… perché qualcuno dovrebbe volere la morte, il sangue?
Il commissario guardava fisso davanti a sé.
Non aveva risposte.
Dopo quarant’anni di servizio nella polizia, e dopo il pensionamento, ancora il male continuava a lasciarlo senza parole, come il primo giorno.