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SERIE NOIR

Addio?

Con questo racconto termina la serie con l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, di Andrea Fazioli.

27 dicembre 2019

Succede sempre quando non te lo aspetti. Sono a casa, seduto alla scrivania. Le dita corrono sulla tastiera, inseguendo le immagini che si affollano nella testa. Per un po’ tutto fluisce senza intoppi; poi il ritmo rallenta, mi accorgo che è necessario fare una pausa. Vado in cucina, bevo un bicchiere d’acqua e guardo fuori dalla finestra. È una giornata limpida, con il cielo pulito dal vento. Mancano pochi giorni alla fine dell’anno.

Ed ecco, suona il campanello.

Mi avvicino alla finestra, allungando il collo: provo a sbirciare, ma non vedo niente. Dev’essere il postino, penso, e intanto cerco le chiavi. Sarà arrivato un pacco.

Invece sono loro. Giorgio Robbiani indossa un cappotto pesante grigio scuro, ha una sciarpa marrone avvolta intorno al collo e un berretto dello stesso colore calato sugli occhi. Porta guanti di pelle e in mano stringe un bastone da passeggio. Zaynab indossa un mantello rosso lungo fino ai piedi e un velo giallo. Sulla spalla ha un’ampia borsetta, gialla come il velo. Mi guardano, senza dire niente.

Li saluto. – Buongiorno!

– Disturbiamo? – dice Robbiani nello stesso momento. – Non vorremmo interromperla mentre lavora.

È normale che un autore e i suoi personaggi si diano del lei? Mentre rifletto sulla questione, Robbiani mi spiega che erano a Bellinzona «per altre faccende» e hanno pensato di passare da me. Ma si rende conto che per uno scrittore queste visite a sorpresa possono risultare faticose, quando non imbarazzanti, perciò…

– Ma si figuri – lo interrompo. – Mi fa piacere vedervi. Come state?

Li faccio accomodare in salotto, scusandomi per il disordine. Chiedo se vogliano un caffè. So che Robbiani lo prende senza zucchero, come me, mentre Zaynab ci mette tre zollette. Loro sono stupiti che mi ricordi, ma io faccio presente che sto scrivendo di loro da un paio di anni.

– Mmm, sì, che idea… – borbotta Robbiani.

– Lei non era d’accordo, vero?

L’ex commissario scuote la testa. – Quando ha cominciato pensavo che qualcuno le avrebbe fatto causa.

– E perché mai?

– Questo è un paese piccolo.

Fa un sospiro. Poi aggiuge: – Oppure pensavo che dopo due settimane sarebbe morto di noia.

– Invece è andato tutto bene! – esclama Zaynab.

– Chi lo sa. Magari sono morti di noia i lettori.

– Ma che dici? – Zaynab protesta. – Sono racconti così brevi…

– Sì, ma oggi la gente vuole colpi di scena, morti, violenza. Ci sono quelle cose, come si chiamano, quelle “serie tivù”. Altro che le storielle sul pensionato e la sua badante.

Prima che qualcuno chieda la mia opinione, me la svigno in cucina a preparare il caffè. Quando torno porto dei biscotti, per ammorbidire l’ex commissario. Per fortuna sembra che Zaynab sia riuscita ad ammansirlo e gli sta propinando uno dei suoi proverbi.

– …anche mia madre diceva: likulli maqām maqāl, per ogni posto c’è una parola. Cioè, dipende dal momento, dalla situazione…

– Mmm – commenta Robbiani. – Sì, capisco. Più o meno, funzionava nello stesso modo anche nel mio mestiere: bisognava reagire sul momento, fare la scelta giusta.

– Sarà così anche nel lavoro del signor Fazioli – conclude Zaynab.

Io propongo di chiamarci per nome e di darci del tu, tanto ormai ci conosciamo bene. Poi confermo che, in effetti, non si può mai dire quale parola manderà avanti una storia, finché non arriva il momento di pronunciarla.

Robbiani sgranocchia un biscotto. Poi mi guarda di sottecchi.

– E adesso, a che punto siamo? Che cosa propone il nostro autore?

– L’autore aspetta – rispondo. – È qui che vi guarda, che vi ascolta. Allora, ditemi, state lavorando a qualche nuovo caso?