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SERIE NOIR

Episodio 57: Paura del vuoto

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

01 aprile 2019

Robbiani non riusciva a dormire. Ogni sera tentava di cogliere l’attimo: riconosceva la lentezza che prendeva possesso delle sue membra, il peso sulle palpebre. Ma poi, dopo un’ora o anche meno, si accorgeva di essere perfettamente sveglio.

Allora ogni tanto l’ex commissario andava a bere un bicchiere d’acqua. Poi, tornando, si fermava alla scrivania. Accendeva la lampada e miracolosamente, nonostante i problemi agli occhi, riusciva a lavorare. Appoggiava davanti a sé i vecchi rapporti, i taccuini, le fotografie. Confrontava le parole dei testimoni. Stefania Bianchi, Eleonora Guzzi, Esther Fischer, Regula Meier, Giovanna Morel, Caterina Guzzi… tutte precipitate da un luogo alto. Tutte uccise da un pazzo criminale che, prima di lanciarle nel vuoto, faceva loro indossare un paracadute.

Stefania Bianchi, precipitata dal tetto di un autosilo vent’anni prima. L’allora commissario Robbiani aveva classificato il caso come “suicidio”… ma se invece avesse seguito la pista di un nuovo fidanzato, o quasi fidanzato? Eleonora Guzzi, volata giù dalla rupe di Castelgrande a Bellinzona. Di solito andava al lavoro in jeans e camicia, ma quel giorno prima di salire al castello si era cambiata e aveva indossato un tailleur. Esther Fischer, morta in valle Bavona. Era una turista finita fuori sentiero, sebbene avesse una mappa e un cellulare. Regula Meier, studentessa di diritto, di padre zurighese e madre ticinese. Aveva perso l’equilibrio all’università, seduta a una balconata; ma che cosa ci faceva lassù, in un giorno in cui non aveva lezioni? Giovanna Morel, l’artista caduta dalla rupe di Calonico. Di solito usciva con tela, pennello e cavalletto; ma quel giorno aveva con sé il portfolio fotografico delle sue opere. Caterina Guzzi, sorella di Eleonora, piombata dalla stessa rupe cinque giorni dopo. Perché era salita fino a quel villaggio, dove non era mai stata prima? Piccole incongruenze. Piccole dimenticanze. Robbiani tracciava schemi, scriveva e riscriveva i nomi delle vittime, aspettando che qualcosa s’illuminasse nella memoria.

– Nessuno ricorda niente – disse lui. – Nessun testimone.

Erano in piedi in un parcheggio, sul retro di un grande magazzino.

– Peccato – rispose Zaynab. – Ma forse ora il killer si è spaventato.

– Pensa che uno come lui sia capace di fermarsi?

Zaynab scosse il capo. Nei suoi occhi c’era dolore, inquietudine.

All’ultimo momento, lui aveva sempre fissato i loro occhi. E dentro le pupille sbarrate leggeva sempre questo terrore: fra un attimo sarò sola nel vuoto. Non era il pensiero della morte. In quell’ultimo sguardo, in quella scintilla di straziante nostalgia, c’era proprio la paura del vuoto.

– Pare che i paracadute provengano da una vecchia fornitura militare.

Zaynab si fece attenta. – Davvero? E si può risalire a…

– Temo di no. Dobbiamo sperare in un colpo di genio di Robbiani.

Negli occhi di Zaynab, stavolta, lesse lo sconforto. Chiaramente il vecchio non era più del tutto lucido, anche se fingeva di esserlo.

Aveva fatto bene a incontrare la badante. Era sempre più convinto che, anche se Robbiani avesse trovato il collegamento, non sarebbe stato in grado di riconoscerlo. E allora perché non assestare un ultimo colpo al vecchio? Perché non buttare nel vuoto anche la piccola Zaynab? Era complicato, certo. Un’alta percentuale di rischio. In ogni caso, era una cosa da pianificare con cura.

– Be’, arrivederci – la salutò, prima di avviarsi alla macchina.

– Buona giornata!

Prima di accendere il motore, chiuse gli occhi e si appoggiò allo schienale, assecondando le sue fantasticherie. Che sensazione avrebbe avuto? E come sarebbe stato l’ultimo sguardo di Zaynab?