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SERIE NOIR

Episodio 58: Grammatica araba

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

08 aprile 2019

– È semplice, vedi? All’inizio c’è una radice, da quella poi si formano le parole. Prendi k-t-b, questo ci porta al tema dello scrivere. Ecco, queste sono le lettere kāf, tā’, bā’. – Zaynab scrisse i caratteri arabi sul quaderno. – Tu conosci già il verbo, vero?

– Il verbo “scrivere”? – Franco Quirici aggrottò le sopracciglia. –Dunque, si usa la terza persona del perfetto… kataba?

– Giusto. Con la stessa radice possiamo formare anche kātib, cioè “scrittore”, e kitāb, “libro”. Poi c’è la parola “scritto”: maktūb. E “biblioteca”, maktaba…

– Un momento! Non avevi detto che era semplice?

Zaynab sorrise. – Con il tempo ci si abitua…

Era un’emergenza. Mentre Zaynab andava a cercare un parcheggio, Robbiani si affrettò verso la porta. Lo accolse Franco Quirici in persona.

– Che succede? – chiese il commissario. – Di quale delitto parlavi?

– Non è ancora avvenuto – rispose Franco.

Robbiani notò che Quirici era pallido.

– Sei in pericolo? C’è qualcuno che…

– Ci sono io.

Franco era insegnante di matematica al liceo. Negli ultimi tempi sentiva addensarsi nella sua mente qualcosa di pericoloso. Poi un giorno, a pranzo nel giardino dei suoi genitori, aveva guardato un bicchiere di vino rosso avanti a lui. E aveva pensato: che ci faccio qui? Non era cambiato niente. I bambini di sua sorella giocavano allo stesso modo intorno alla vecchia altalena dipinta di bianco, con la vernice un po’ scrostata. Suo padre indossava la stessa cravatta con il logo del suo Circolo di beneficenza. Franco aveva gli stessi compiti da correggere per il giorno dopo. Era innamorato di Anna, che aveva conosciuto l’anno prima in una gita in montagna. Stava pianificando un viaggio in Tailandia per l’estate.

– Tutto era uguale, ma io non c’entravo più, capisci? C’erano cose belle e cose brutte, ma per me non avevano più senso.

Franco era tornato a casa tramortito, come se avesse subito uno choc. Aveva rimuginato i pensieri negativi delle settimane precedenti. E lentamente aveva covato il progetto di uccidersi.

– Vado dallo psichiatra. Ho preso dei farmaci, ma non mi fanno niente.

– E hai chiamato me.

– Eri un poliziotto. Forse riesci a impedire questo… questo crimine.

Robbiani sospirò. – Io sono solo un uomo vecchio. Servirebbe qualcosa dirti che tutto questo passerà, prima o poi?

– Allora tanto vale che passi subito – ribatté Franco con gli occhi bassi.

Suonò il campanello. Era Zaynab… e a Robbiani venne un’idea. Anni prima, anche sua figlia Giulia aveva passato un brutto periodo. Ne era uscita con un piano di attività: imparare a suonare il pianoforte, coltivare un giardino. Ogni giorno doveva ottenere dei piccoli risultati. Settimana dopo settimana, le nuvole nere avevano finito per andarsene.

– Senti, Franco. Se vuoi ucciderti, io non posso farci niente. Ma voglio chiederti prima di fare una cosa per me. Però me lo devi promettere.

Franco promise. – Che cosa vuoi che faccia?

– Prima voglio che tu impari l’arabo. Poi penserai a ucciderti.

Zaynab e Franco sedevano al tavolo della cucina. Intorno a loro c’erano libri, un dizionario, quaderni e due tazze di caffè.

– In arabo si usano molto le frasi solo con i nomi… come si dice?

– Frasi nominali, credo.

– Sì, ecco. Spesso non mettiamo il verbo.

– Per esempio?

– Per esempio ar-rajulu f ī-l-bayti, “l’uomo è nella casa”, ma c’è scritto “l’uomo in-la-casa”. Oppure huwa waladu uhti-ka, cioè, “lui figlio sorella-tua”. Oppure li-kulli dā’in dawā’un... “ogni male ha il suo rimedio”, cioè “a ogni male un rimedio”… oppure ancora…