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IL RACCONTO
GIALLO

Episodio 61: Paracadute

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

28 aprile 2019

Robbiani passava le serate a rivangare un vecchio caso: le piste, gli indizi, gli alibi. Durante la sua carriera non aveva mai ragionato in questo modo, non aveva mai teorizzato su un caso. Andava, faceva domande, metteva alle strette i possibili colpevoli.

Ora, invece, rileggeva i suoi verbali di vent’anni prima come se fossero un gioco, una variante poliziesca dello scopone scientifico. Dichiarazioni di Ottavio Bianchi, padre di Stefania, alla presenza dell’avvocato Reto Lafranchi. Giorgio Robbiani: Sua figlia aveva nuove frequentazioni negli ultimi tempi? OB: Di sicuro niente che la spingesse al suicidio. Anzi, aveva conosciuto uno, un ragazzo. GR: Sa come si chiamava? OB: Credo che fosse un po’ più vecchio di lei, ma non voleva dirci il nome, voleva che fosse una sorpresa. E invece… Robbiani alzava gli occhi, rifletteva, appuntava sul suo taccuino: NUOVO RAGAZZO? CERCARE AGENDA STEFANIA. Poi tornava a paragonare le circostanze dell’antico delitto con i cinque casi di donne precipitate nel vuoto negli ultimi mesi. Le concomitanze erano abbastanza per pensare a un omicida seriale, ma erano poche per scoprire il suo modus operandi.

Di certo doveva essere qualcuno che conosceva le vittime. Come faceva ad avvicinarsi a loro? C’era di mezzo una seduzione? Ma soprattutto, dove si procurava i paracadute che agganciava a ogni vittima prima di gettarle nel vuoto?

– Certo, sta lavorando – disse Zaynab. – Ogni sera controlla tutto, fa le sue tabelle. Ma non so se gli fa bene…

– In che senso? – domandò il procuratore Lafranchi.

Erano seduti nella sala comando delle indagini. Lo chiamavano il “caso dei paracadute” e ci lavoravano con estrema discrezione: ancora la stampa non era a conoscenza di niente.

– Credo che si senta inutile. Voi avete la tecnologia, avete le indagini scientifiche… lui si tormenta con i suoi taccuini.

– Per questo ho voluto chiamare prima lei – disse il procuratore. – In realtà c’è una cosa che vorremmo chiedere a Robbiani. Una cosa che lui potrebbe fare per noi. – Lafranchi fece una pausa. – Abbiamo deciso di coinvolgere la stampa, anche se ciò rischia di spaventare l’omicida. Ma non possiamo correre il rischio che colpisca di nuovo, capisce?

Zaynab annuì. – Robbiani che cosa dovrebbe fare?

– Dovrebbe aiutarci a seguire la pista dei paracadute. Abbiamo una lista di persone che avrebbero potuto avere accesso a vecchie forniture militari. E può darsi che una di loro fosse già coinvolta nel caso di vent’anni fa. Può darsi che Robbiani abbia già incontrato l’assassino senza saperlo.

Zaynab ascoltava con attenzione. Lafranchi le suggerì di prendersi qualche appunto, perché potesse riferire con calma a Robbiani. Era senza dubbio meglio che gli parlasse lei, affinché non si agitasse. Mentre si versava un caffè alla macchinetta, sempre continuando a parlare, il procuratore si sorprese a fantasticare. Certo che Robbiani conosceva l’assassino. Del resto lo conosceva anche Zaynab, così come il commissario De Marchi e gli investigatori della squadra. Lo conoscevano tutti, ma nessuno sapeva chi fosse davvero. Forse nemmeno lui.

In quegli ultimi istanti, quando obbligava le sue vittime a indossare il paracadute, Lafranchi si sentiva come un sacerdote. Era come se obbedisse a una necessità universale, a un richiamo dal profondo. Non era più un procuratore, un cittadino, un membro stimato della società. Era un uomo che cercava di cancellare il suo incubo.

– Vede, signora Zaynab, per spiegarle bene dovrebbe accompagnarmi su quello che riteniamo possa essere un futuro luogo del delitto. Lei ha magari un pomeriggio libero?