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SERIE NOIR

Episodio 65: Parco delle Camelie

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

03 giugno 2019

Quando scattava una foto Zaynab aveva la percezione di abitare fino in fondo un attimo, un luogo, uno stato d’animo. Non avvertiva più l’incertezza sul futuro, la nostalgia del suo Paese. Era semplicemente lì, davanti a quel ponte che attraversava il laghetto al centro del Parco delle Camelie, nella città di Locarno, nel Sud della Svizzera, in Europa. L’atto di fotografare non era legato solo al presente. Ogni volta che toglieva l’apparecchio dalla custodia, Zaynab pensava a suo marito Muhammad, morto di meningite subito dopo l’arrivo in Svizzera. La macchina fotografica era un suo regalo.

Quel mattino, verso la fine di maggio, Zaynab aveva convinto Robbiani a seguirla nel Parco delle Camelie. Aveva già fotografato il luogo sia d’inverno, quando tutto era grigio, livido, sia alla fine di marzo, quando fiorivano centinaia di camelie. Fra i turisti e i passanti, più di una volta aveva notato un individuo bizzarro. Pure lui si aggirava nel parco con una macchina fotografica.

– È qui anche oggi. – Lo indicò a Robbiani. – Eccolo, vedi? Usa sempre un cavalletto. Si fa degli autoscatti sulle panchine o in riva al lago, ma è strano… si siede sempre come se ci fosse qualcuno accanto a lui.

La macchina era piazzata ai bordi del laghetto. L’uomo scattò, poi andò a mettersi in posa e si sedette sull’angolo di una grossa pietra, muovendo leggermente il capo, proprio come se accanto a lui ci fosse una persona.

– Mmm… – fece Robbiani. – Strano è strano.

Oltre il boschetto c’era un ampio prato, con alcune panchine rivolte verso il Lago Maggiore. Robbiani si sedette a contemplare le montagne, immerso nei suoi pensieri. Zaynab tornò fra i cespugli fioriti per fotografare qualche dettaglio, e di nuovo incontrò l’uomo degli autoscatti. Per un paio di secondi i loro sguardi s’incrociarono.

Zaynab si accorse che l’aveva riconosciuta. Con un lieve disagio cambiò direzione, tenendo gli occhi bassi.

– Aspetti…

Zaynab sussultò. L’uomo l’aveva raggiunta.

– Non volevo spaventarla. Mi chiamo Roberto.

– Ah, io… Zaynab.

– Ho visto che stava osservando il mio, diciamo il mio stile fotografico.

– Ecco, sì… – Zaynab avvampò. – Per caso ho visto l’inquadratura e…

– …e mancava qualcosa. – terminò lui. – Ha proprio ragione. Vede, con la mia fidanzata avevamo l’abitudine di venire sempre qui, durante la pausa di mezzogiorno. Mangiavamo un panino, facevamo due passi. – Fece una pausa. – Poi lei se n’è andata.

– Oh. – Zaynab era sempre più in imbarazzo. – Mi spiace.

– Ci sono rimasto male. Per mesi sono tornato qui a fotografare la sua assenza. In ogni stagione. A fissare l’immagine del vuoto che mi ha lasciato. Lei penserà che sono matto.

– No, no, io…

– Ma cosa vuole, mi ha aiutato a superare la separazione.

– Capisco.

– Poi però arriva il momento in cui bisogna lasciare indietro le cose del passato. Ci pensavo oggi, mentre scattavo la foto proprio lì, su quella pietra. Sa che mi sono accorto di essermi sbagliato? Io e Veronica in quel posto non ci eravamo mai seduti.

Prima di proseguire, l’uomo la guardò negli occhi.

– Ho pensato, se non le dà fastidio, cioè, non vorrei essere invadente… Ho pensato di chiederle se volesse fare una foto con me. Cioè, se potessimo sederci noi due, su quel sasso.

– Ma…

– Se per lei va bene. Dopo, per ringraziarla, potrei offrirle un caffè…

Zaynab esitò prima di rispondere. Dentro di lei, nel profondo, si era risvegliato un sentimento, un’emozione quasi impercettibile, quasi dimenticata. Erano anni, ormai, che non provava più quel senso di calore, quel moto di attrazione verso un uomo.