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SERIE NOIR

Episodio 72: Cronaca politica

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

22 luglio 2019

Osvaldo Bianchi era di malumore. Al giornale l’avevano licenziato, con un preavviso di tre mesi, e sembrava che nemmeno il sindacato potesse farci niente. Due anni prima la moglie era morta dopo una lunga malattia, che aveva prosciugato le forze del marito e i risparmi di una vita. Chi mai avrebbe assunto un disoccupato di cinquantasei anni? Quel giorno aveva da coprire l’ultima sessione del Gran Consiglio prima delle vacanze. Telefonò a sua sorella, per dirle che non sarebbe andato a cena.

– Stai bene?

– Che domanda, certo che sto bene!

Scelse una tribuna isolata e rimase davanti al computer. Mentre guardava i politici mettere in scena il solito balletto, provò compassione per sé stesso. Non meritava quel declino. Perché? Perché andare avanti?

– Ti vedo pensieroso.

Osvaldo sobbalzò. Di fianco a lui la figura robusta di Giorgio Robbiani, ex commissario di polizia e, per parte di madre, suo secondo cugino.

– Che ci fai tu qui?

– Ti ho già presentato Zaynab? Mi dà una mano nelle mie faccende…

– Faccende? – Osvaldo scrutò la donna con il velo. – Quali faccende?

Poi notò il tremito della mano di Robbiani, la sua cautela nel sedersi, e ricordò che il vecchio aveva preso in casa una badante. Ma che cosa ci faceva alla seduta del Gran Consiglio?

– Il Canton Ticino è una repubblica all’interno della Confederazione svizzera – stava spiegando Robbiani alla badante. – E il Gran Consiglio è il nostro potere legislativo.

– Bel potere! – commentò Osvaldo. – Senti questo che sta parlando… come se non ci fosse stato niente in Europa, come se non avessimo conosciuto fascismo e nazismo.

Il deputato stava denunciando la «propaganda immigrazionista» dei media, ribadendo il pericolo imminente di una islamizzazione dell’Europa e la necessità di chiudere le frontiere.

– Lei è musulmana? Che ne dice?

Osvaldo non lasciò a Zaynab il tempo di rispon- dere. Indicò a Robbiani altri deputati, seduti al loro banco.

– E quelli? Chiusi nella loro ideologia, destra e ­sinistra. Usano il simbolo della falce e martello, sai, come se sotto quella bandiera non fossero avvenuti massacri e torture. – Osvaldo cominciò a parlare in fretta. – E io sto a guardarli, razzisti e ideologi, e ­anche lui, lo vedi lassù, tutto tronfio? È un amico del mio direttore, e sono sicuro che è stato lui a farmi licenziare…

– Calmati – disse Robbiani. – Siamo qui per aiutarti.

– Cosa?

– Sono bambini – mormorò Zaynab. – Gridano, litigano, perché hanno paura. Non bisogna odiarli. Io penso che questi uomini e queste donne potenti hanno paura del buio e della morte, come bambini.

Osvaldo la guardò interdetto. Chi era quella badante che predicava sulle paure dei politici? Si girò verso Robbiani e si accorse che l’ex commissario teneva sollevata la sua cartella di pelle.

– Ehi, che cosa fai?

– Non voglio aprirla – disse Robbiani. – Non voglio sapere se tua sorella ha ragione. È molto pesante… magari qui dentro hai messo davvero la tua pistola militare. Magari invece sono solo fogli e libri. Posso stare tranquillo, Osvaldo? Posso fidarmi che non te la prenderai né con te stesso né con… con questi bambini?

– Metti giù la borsa.

Robbiani obbedì. – Posso fidarmi? – ripeté in un sussurro.

Osvaldo lo rassicurò: – Non c’è problema.

Era vero? Robbiani e sua sorella si potevano fidare? Osvaldo guardò l’aula del Gran Consiglio, lo schermo del computer, gli altri giornalisti che si scambiavano battute. Non lo sapeva. La verità era che, quel giorno, non sapeva più niente.