X

Argomenti popolari

SERIE NOIR

Episodio 79: La finestrella

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

09 settembre 2019

Chiara e Giovanni Talarico venivano dalla Calabria. Lui lavorava come imbianchino, mentre lei gestiva per conto del proprietario una serie di appartamenti per turisti a Poschiavo, nel Canton Grigioni. Con il tempo Chiara, oltre al calabrese, aveva preso a parlare il dialetto locale: quando girava per il paese ormai salutava tutti con uno squillante bundì, perché – come lei stessa spiegava a suo marito – a èssa gentìl al cósta pòch.

Era Chiara a occuparsi dell’appartamento di Robbiani, quando trascorse un periodo di vacanza estiva proprio a Poschiavo. In realtà Robbiani non amava le ferie, visto che definiva la pensione un «ozio perenne». Ma il medico aveva insistito, perché sapeva quanto Robbiani fosse sollecitato per consigli, collaborazioni, richieste d’aiuto.

Robbiani provava a dipingere la piazza, l’ossario, le ville del Quartiere Spagnolo o, semplicemente, le campanule e i ginestrini nei prati intorno al villaggio. Il mattino leggeva i suoi romanzi inglesi, nel pomeriggio beveva un caffè all’Albrici. Un giorno prese il trenino rosso della ferrovia retica e si arrampicò fino all’Alp Grüm e all’Ospizio Bernina.

Zaynab, oltre ad accudire Robbiani, chiacchierava con Chiara e le dava una mano nel lavoro. Chiara protestava, ma Zaynab le spiegava che aveva preso il vizio dai suoi genitori: per rilassarsi, doveva pulire. Le due parlavano in italiano, con intercalate parole in arabo, in dialetto calabrese e poschiavino. Era una sorta di lingua franca, che capivano solo loro.

Finché un giorno qualcuno svaligiò l’appartamento di Susanne Schneider, una turista che tornava da trent’anni a Poschiavo. La vicina testimoniò che Chiara Talarico era uscita dall’edificio poco prima che la signora Schneider scoprisse il furto.

– Sospettano di me! – confidò Chiara a Zaynab. – A pensarci mi rigugghji u sangu… dicono che sono stata io, che ho preso lu dinaru!

Il signor Lardi, il padrone del palazzò, cercava di tranquillizzarla. La conosceva da dieci anni, e non riusciva a credere che fosse colpevole. La polizia l’aveva interrogata più volte, ma Chiara era determinata.

– Io innocenti sugnu! – disse a Lardi, con le lacrime agli occhi. Poi, passando con naturalezza al dialetto locale: – Mi vogliono far confessare, ma a cóstu da murì, ma cédi miga!

Per fortuna, visitando l’appartamento della signora Schneider, Zaynab notò un dettaglio: in un angolo del soggiorno c’era una pozza d’acqua, come se qualcuno avesse versato un bicchiere. Zaynab e Chiara confabularono per un paio di minuti, nel loro linguaggio arabo-siciliano-italiano-poschiavino. Poi Zaynab si volse a Robbiani.

– Oggi pioveva… l’acqua è entrata da quella finesta lassù. A quanto pare, facendo le pulizie Chiara non si è accorta che fosse aperta.

– Di solito è chiusa! – intervenne Chiara.

Robbiani seguì lo sguardo di Zaynab e ricostruì la scena: un quadro storto, un segno nel muro sopra il televisore. Come se qualcuno si fosse arrampicato fino con una scala di corda, per poi uscire dalla finestra e lasciarla aperta, vista l’impossibilità di chiuderla dall’esterno.

– Di lì si può scendere? – chiese Robbiani a Lardi.

– Si può raggiungere il tetto della casa vicina. Stanno facendo dei lavori e la casa è vuota, ma c’è una finestrella che dà nella soffitta…

– Se sono passati dal tetto, avranno lasciato una traccia – disse Zaynab.

Robbiani annuì. – Anche solo per aprire la finestrella. Questo proverebbe che qualcuno è stato qui… e senza passare dalla porta.

– Allora mi lasceranno stare? – chiese Chiara. – Ah, sono contenta… Da rosa nesci a spina, da spina nesci a rosa! Sono proprio contenta! E spero che trovino i ladri!

– Mā šā’a allāh! – mormorò Zaynab.