Episodio 94: Il maestro giapponese | Cooperazione
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SERIE NOIR

Episodio 94: Il maestro giapponese

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

20 dicembre 2019

Un poliziotto svizzero, una badante tunisina, un maestro zen giapponese. Secondo la legge delle probabilità dovrebbero percorrere vie diverse nel vasto mondo. In un luminoso pomeriggio d’inverno, invece, Giorgio Robbiani, Zaynab Hussain e Satō Madoka stavano bevendo il tè sopra una terrazza. Intorno, i boschi e le rocce di una ripida valle ticinese.

Parevano l’inizio di una barzelletta. Così Robbiani aveva detto a Zaynab, mentre l’autobus saliva sui tornanti di una strada di montagna. Lei gli aveva chiesto di che cosa stesse parlando.

– Ma sì, quelle storie dove si dice: allora, ci sono un italiano, un inglese e un tedesco…

– Perché non me ne racconti una?

A Robbiani non era venuta in mente nessuna barzelletta. – E vabbè! Assomigliamo a una storia che non mi ricordo!

Zaynab aveva sorriso. – Non è sempre così?

La strada portava a una teleferica che saliva fino a un pianoro, poco lontano dall’eremo.

– Konnichiwa! – li aveva salutati il maestro. – Buongiorno, benvenuti!

Era basso, con la faccia rotonda e la pelle rugosa. Indossava una hakama, una tunica tradizionale, e nonostante l’aria pungente ai piedi calzava i geta, gli zoccoli di legno. Robbiani lo conosceva da tempo, ma era passato più di un anno dal loro ultimo incontro. Satō aveva annunciato a Zaynab di essere onorato, poiché una donna che veniva da lontano si degnava di visitare un vecchio yama hōshi, un monaco della montagna.

Zaynab gli aveva fatto notare che lui veniva da ancora più lontano. Satō per un istante si era incupito. Poi aveva fatto un gesto, come a cancellare ogni viaggio che li avesse portati fino all’eremo.

– Ora siamo qui. Questo solo è importante.

La terrazza era coperta, circondata da un muretto e arredata con un tavolino basso, mobili in legno, sabbia e rocce decorative.

– Non hai smesso di scrivere, vero? – domandò Robbiani. Aveva il tono di un padre che si accerta della salute del figlio.

– “A volte guardo / le canne di bambù / e penso ad altro” – disse Satō con un sorriso. – Sì, scrivo dei tanka o degli haiku. Qualche giorno fa ho incontrato una volpe, proprio qui fuori. “La volpe aspetta / immobile nell’ombra. / È quasi l’alba.”

– Mmm – fece Robbiani. – È quasi l’alba?

– Sto ancora aspettando. – Un’ombra passò sul viso del maestro. – Ma è giusto così. Come scrisse un altro monaco quasi mille anni fa: Hito shirade / tsui no sumika ni / tanomubeki / yama no oku ni mo / tomari someru. “Nessuno sapeva che io cercavo la mia dimora ritirandomi nella montagna.” Tu, Zaynab, a quale paese appartieni? Ti senti un’esule?

– Oggi – rispose Zaynab – mi sento di appartenere anche al Giappone.

Satō esitò, poi scoppiò a ridere. Da quel momento parlò in maniera più leggera, come se si fosse tolto un peso. Un’ora più tardi, salutando i suoi ospiti, strinse a lungo la mano di Zaynab.

Appena furono di nuovo sulla teleferica, Zaynab affrontò Robbiani.

– C’è qualcosa che non quadra. I vestiti, i mobili, le poesie, la saggezza… è quasi troppo. Quell’uomo è davvero chi dice di essere?

Robbiani fece segno di no. – È nato con gli occhi sottili, ma non è più giapponese di me o di te. Era un truffatore di alto bordo. Mi ero occupato del caso insieme all’Interpol. Aveva ingannato aziende e famiglie, mandando in rovina decine di persone. Poi è stato in carcere.

– Perché questo travestimento? – domandò Zaynab.

– Mah! Non ho mai capito bene se fugga il passato o se stia cercando qualcosa. Ogni tanto vado a trovarlo, giusto per controllare che sia tutto in ordine. – L’ex commissario abbozzò un sorriso. – Ormai non basta più arrestarli… devi pure accompagnarli verso l’illuminazione.