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SERIE NOIR

Episodio 56: Il pungiglione

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

25 marzo 2019

Zaynab venne al mondo un mattino d’estate. Appena nata, suo padre si chinò su di lei e le mormorò all’orecchio i versi dell’adhān. In famiglia si raccontava che Zaynab in quel momento si era voltata verso suo padre, proprio come se lo avesse riconosciuto.

– Che cosa dicono i versi? – chiese Robbiani.

– Allāhu akbar, ašhadu an lā ilāha illallāh… – Zaynab li mormorò in lingua originale. Poi li tradusse. – Il mio preferito è quello che dice: Hayya ‘alā l-falā, venite, affrettatevi alla felicità.

Venite alla felicità, pensò Robbiani. È bello dirlo a un neonato, ma come non pensare che succederà l’opposto? Basta guardare tutti noi dentro questa chiesa. Basta guardare me, con la mia cataratta, le mie tristezze, la faccia grigia di chi è sopravvissuto a un altro inverno.

– Robbiani – disse Zaynab.

Lui riconobbe il tono. – Sì, scusa, era un cattivo pensiero di passaggio. Lo so, lo so, è una giornata di festa…

La chiesa era stracolma per il battesimo di Marco, il figlio di Susanna e Peter. I genitori vivevano a Zurigo, ma avevano scelto di celebrare il sacramento a Lugano, così che tutti i parenti potessero partecipare. Compreso Giorgio Robbiani. Il bisnonno. Il dinosauro della famiglia. Il solito vecchio Robbiani, che si distraeva a parlare con la sua badante o, peggio, a rimuginare i suoi pensieri oscuri. Intanto Roberto, il nonno di Marco, stava leggendo con voce baritonale un brano della Bibbia.

– Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?

Robbiani ormai era abituato a quello che chiamava il Grande Viavai: sempre più spesso seguiva i funerali di persone che aveva frequentato per decenni, con cui aveva mille ricordi in comune; e spesso assisteva ai battesimi di bambini che gli sembravano tutti uguali, tutti sconosciuti. Eppure, tempo una manciata di anni e i neonati avrebbero percepito uno stipendio, avrebbero posseduto oggetti e case, avrebbero perso i capelli e sarebbero caduti in depressione. Un giorno, quando Robbiani sarebbe stato solo un vago ricordo nella mente di pochissime persone, un giorno anche Marco avrebbe conosciuto il Grande Viavai.

La chiesa era fredda, ma le panche erano riscaldate. Robbiani abbassò le mani e cercò di avvicinarle al tepore. Il sacerdote stava per amministrare il battesimo. Robbiani cercò di concentrarsi. Era colpito dalla speranza che si celava in ogni gesto, in ogni parola. L’acqua, l’olio profumato, la veste bianca… quell’affondare oscuro nella materia del male per nascere una seconda volta, rigenerati, per sempre.

In decenni di lavoro Robbiani aveva visto cose terribili. La violenza, la crudeltà insensata. Robbiani comprendeva bene l’esigenza di venire perdonati. Quante volte si era chiesto il senso di tutto quel dolore? Quante volte si era sentito inadeguato, aveva sentito pulsare tutte le sue ferite?

Marco dormiva. Robbiani lo fissò con attenzione.

Tentò di mettersi nei panni del bambino. Fece un respiro profondo. Chiuse gli occhi. Che cosa poteva sognare? Aveva una memoria del prima, della dimensione senza tempo da cui era venuto al mondo, alla fatica dei giorni e delle notti? Robbiani immaginò territori vasti e misteriosi, come una prateria che nessuno ha mai calpestato. Il calore, la fame, il desiderio di conforto.

Un bisogno, un immenso, bruciante, sconfinato bisogno. Di che cosa? Marco ancora non lo sapeva bene. E al capo opposto della trafila di anni, non lo sapeva nemmeno Robbiani.