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IL RACCONTO
GIALLO

Episodio 73: La libellula

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

28 luglio 2019

Zaynab aveva un fascino calmo che si manifestava nel suo sguardo, nei suoi gesti. La bellezza smaccata, l’appariscenza da copertina erano lontane dalla sua grazia timida – anche se poi, al momento buono, non era così timida… Per tutte queste ragioni, e per altre ancora, Paolo Bianchi si era innamorato di lei.

Aveva intenzione di presentarla presto ai suoi genitori, a sua sorella, ai suoi amici. Per cominciare l’aveva portata, insieme a Robbiani, dalla zia Rebecca. Purtroppo la zia non era in grado di capire pienamente, perché la sua ragione stava svanendo. Paolo sperava che la presenza di Robbiani potesse liberarla dall’ossessione che la faceva regolarmente sprofondare nel terrore. D’accordo con il medico curante, aveva deciso di provare ad assecondarla, perché si sentisse più tranquilla.

– Ma che carina – esclamò Rebecca salutando Zaynab. – Ma che carina, ma com’è fortunato il nostro Paolo!

Dopo il momento del tè e delle chiacchiere, Robbiani entrò nella parte. Si sedette di fronte a Rebecca e aprì il taccuino.

– Dunque, signora Bianchi, i ladri tentano effrazioni nottetempo?

Lo sguardo di Rebecca si oscurò. – Anche di pomeriggio. Sono entrati in casa a cercare i gioielli, li ho sentiti che erano in sala mentre dormivo.

– Ha allertato la polizia locale?

– Quante volte! Ma non mi ascoltano…

– Non si preoccupi. Allestirò un sistema di prevenzione che dovrebbe metterla al sicuro.

A Rebecca brillavano gli occhi. – Grazie… grazie, signor commissario!

La signora condivise con Robbiani le sue mille paranoie. L’ex commissario recitò la sua parte, ascoltandola e rassicurandola. A un certo punto Rebecca invitò Paolo e Zaynab a uscire, a prendersi un caffè: erano troppo giovani per quelle storie di ladri e farabutti… I due ubbidirono e si sedettero in un bar all’angolo della piazza. Davanti a loro, imponente, la facciata della chiesa barocca di sant’Alessandro. Sui gradini sedevano studenti e turisti.

– Mi dispiace per Rebecca – disse Paolo. – Era una donna intelligente. Ma ormai è sempre meno presente… a volte quasi non mi riconosce più.

Zaynab gli strinse una mano. – L’anima dentro di lei è sempre viva.

– Eh… – fece Paolo.

– Un mio vecchio parente lavorava come venditore di stoffe – riprese Zaynab. – Da ragazzo si univa alle carovane dei Tuareg. Mi ha raccontato che una volta sono passati da un reg, da un deserto di pietra senza alberi. Dopo cento chilometri di sole e di sassi, la sera, al momento di accamparsi, sai che cosa ha trovato? Il guscio di una libellula.

– Nel deserto?

– Chissà com’era arrivata lì! Io penso spesso a questo segno: la vita non cede, resiste anche in mezzo al deserto.

Rimasero in silenzio. Paolo era triste, come sempre quando vedeva sua zia in quelle condizioni. Dopo qualche minuto li raggiunse Robbiani. Spiegò che la zia sembrava più serena.

Paolo scattò in piedi. – Possiamo salire a salutarla?

– Un momento. Lasciamole un attimo per riprendersi. Intanto, avreste voglia di accompagnarmi dal ferramenta?

– Il ferra… che cos’è? – chiese Zaynab.

– È un negozio che vende utensili di ferro, chiavi, pinze, lime, trapani, martelli… Ne ho visto uno nella stradina qui accanto. – Si rivolse a Paolo. – Lei per caso s’intende di queste mercanzie?

– Io… un po’, direi, non sono un esperto…

– Meglio – fece Robbiani. – Anch’io ci capisco poco. Però sapete una cosa? Quando sono un po’ giù, non c’è niente di meglio che entrare da un ferramenta e comprare un po’ di chiodi e bulloni.

S’infilarono nel negozio. La tristezza rimase ma Paolo dovette ammettere con sé stesso che, nel gesto di confrontare diversi modelli di cacciavite o di serratura, c’era qualcosa di misteriosamente confortante.