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SERIE NOIR

Episodio 47: Omicida seriale

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

21 gennaio 2019

– Abbiamo invitato l’ex commissario Robbiani – annunciò il procuratore Lafranchi. – Questa indagine l’ha cominciata lui, quando ha trovato il corpo di Stefania Bianchi più di vent’anni fa.
Nella sala riunioni affollata di agenti, Lafranchi elencò le vittime dell’omicida seriale. Erano tutte donne fra i 20 e i 35 anni, ritrovate morte ai piedi di una rupe, di un autosilo o di un altro luogo elevato: Stefania Bianchi a Lugano e, negli ultimi mesi, Eleonora Guzzi (Bellinzona), Esther Fischer (tra i boschi della valle Bavona), Giovanna Morel (Calonico) e Caterina Guzzi (sorella di Eleonora, sempre a Calonico). Tutte indossavano, al momento della caduta, un paracadute chiuso.
Si discuteva se aggiungere alla lista Regula Meier, una studentessa precipitata di recente dalle balconate del cortile interno all’Università di Zurigo. Il modus operandi sembrava diverso, ma Robbiani e Zaynab avevano notato un piccolo paracadute di carta fra gli oggetti intorno al suo memoriale.
La riunione assomigliava a ogni altra riunione. Robbiani riconosceva come in un sogno la procedura: i giri di parole, gli schemi, l’atmosfera pesante che calava sul tavolo, fra bottigliette d’acqua e cartelle rigonfie di appunti. Ai suoi tempi si proiettavano anche i cosiddetti “lucidi”; adesso c’era un funzionario che, acquattato dietro un computer, mostrava immagini e disegni sulla lavagna interattiva.
Omicida seriale. Omicida seriale. Le parole, pronunciate più volte nel corso della riunione, si perdevano nel flusso dei dati, dei riscontri organici, delle ipotesi di lavoro. Ma ogni volta per Robbiani erano come sale sparso su una ferita aperta. Se solo avesse preso l’omicida vent’anni prima… che cosa gli era sfuggito? Che cosa aveva trascurato?
I soliti esperti fecero i soliti discorsi: per agevolare la ricerca di dati tramite Interpol occorreva; contattare le fabbriche di paracadute era una priorità perché; il profilo dell’omicida indicava un maschio fra i trenta e i quaranta ma ulteriori accertamenti erano necessari per; il raffronto fra gli oggetti trovati sulla scena del crimine avrebbe permesso; e così via.
Mentre Zaynab lo aiutava a camminare verso la macchina, Robbiani sentiva affiorare la tristezza. Per un attimo durante la riunione era stato sfiorato da un ricordo, poi non era riuscito a trattenerlo. Era qualcosa di profondo, inafferrabile, ma Robbiani era sicuro che fosse importante. Forse avrebbe potuto impedire che l’assassino uccidesse ancora.
– Ma che tipo di ricordo è? – gli chiese Zaynab.
– Ho visto qualcosa. Ma non so che cosa, non so dove e non so quando.
– Ah – fece Zaynab. – Be’, ci penseremo.
– Sono troppo vecchio, Zaynab, i miei ricordi se ne vanno…
– E dove? – ribatté lei. – Sai cosa diceva mia madre? La memoria è una stanza e noi stiamo seduti in mezzo, e giriamo la testa per vedere i ricordi vicini o lontani. Ma ogni tanto uno rotola in un angolo, dove non c’è luce.
– Allora è andato per sempre? – chiese Robbiani.
– No, mia madre diceva che è come quando perdi qualcosa ma sei sicura che è ancora in casa. Basta alzarsi, camminare piano nel buio e avvicinarsi all’angolo dov’è caduto il ricordo.
Robbiani scuoteva il capo. – La mia stanza è troppo grande e il buio troppo buio. E io sono troppo vecchio per frugare negli angoli.
– Non c’è problema. Tu dimmi la direzione e a frugare ci vado io.
Robbiani sbuffò. – Mi stai prendendo in giro? Che cosa ne sai tu delle mie indagini, di tutte le cose che ho visto in quarant’anni di lavoro?
– Niente – rispose Zaynab. – Ma sono brava a frugare negli angoli.