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IL RACCONTO
GIALLO

Episodio 90: Palla di vetro con neve

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.

25 novembre 2019

Alberto Galli era docente di ginnastica alle scuole medie. Intorno alla cinquantina, dopo venticinque anni d’insegnamento, era stato processato e condannato a cinque anni di detenzione per abusi sessuali su fanciulli.

Dopo la scarcerazione Galli affittò un monolocale a Massagno, il luogo dov’era cresciuto. La polizia e gli assistenti sociali lo tenevano d’occhio, con discrezione. Galli non parlava mai con nessuno. Il commissario Pedretti, che aveva seguito il caso fin dall’inizio, venne a sapere che Galli abitava vicino a Giorgio Robbiani. Non solo: da giovane Robbiani aveva anche conosciuto il padre di Galli. Pedretti non ebbe quindi esitazioni a chiedere all’ex commissario di fare un salto a casa di Galli, per verificare se andasse tutto bene.

Robbiani borbottò, ma finì per accettare e si presentò insieme a Zaynab alla porta di Galli. La prigione aveva lasciato il segno: il volto di Galli era grigio, inciso da rughe profonde quasi quanto quelle di Robbiani.

– Come vuoi che vada? – rispose all’ex commissario. – Cerco di tirare avanti. Adesso ho un lavoretto come aiuto giardiniere.

– Ma vedi qualcuno? Hai degli amici?

– No che non vedo nessuno! – Galli imprecò. – Lo sai che sono un pedofilo, vero? Tu vorresti passare del tempo con me? – Si girò verso Zaynab. – Mi scusi, signora, non volevo metterla a disagio.

Galli non riusciva a dissimulare il suo malanimo. Quel suo affaccendarsi intorno al caffè, allo zucchero, quel suo continuo gesticolare… Era solo nervosismo? O si trattava di rabbia repressa?

– Qualcuno ti ha detto qualcosa? Ti hanno minacciato?

Galli abbozzò un sorriso. – No… io sono una minaccia.

Allungò la mano verso una credenza, prese una boccia di vetro e la mostrò ai suoi ospiti. Dentro c’era una slitta sopra una strada innevata.

– Io sono qui dentro – disse Galli. – Ogni tanto scende la neve, così… e poi tutto torna com’era prima. Vedete? La slitta è immobile. Non voglio uscire dalla mia palla di vetro, Robbiani. Sono stato in prigione, ho chiesto scusa, ho pianto, ma sono sempre me stesso. Ed è meglio per tutti se me ne sto qui sotto vetro.

Uscendo, Robbiani commentò con Zaynab che Galli gli sembrava lontano dall’aver trovato un equilibrio. Nei giorni seguenti, conversando con la gente del quartiere, Zaynab venne a sapere che la presenza di Galli destava preoccupazioni. Era normale, Zaynab le capiva: avevano paura per i loro figli. Una sera le capitò di assistere a una riunione nel condominio di Robbiani. Si stava formando un comitato civico per chiedere l’allontanamento del pedofilo.

– E l’abbiamo scoperto per caso! – esclamò una donna sulla quarantina.

– Pensiamo alle famiglie, ai bambini! – disse un uomo più giovane. – Se in questo paese ci fosse giustizia, non sarebbe mai uscito di prigione.

– Non esageriamo – intervenne una donna dai capelli bianchi. – L’hanno condannato, no? Se permettiamo che l’odio…

– Scherzi? Non è odio, è giustizia! Deve soffrire. E dopo, devono lasciarlo nelle mani dei parenti delle vittime, non in prigione con la tele e l’aria condizionata.

– Ma dai, questo è qualunquismo da social network…

– E tu cosa ne sai? Ognuno la pensa come vuole.

Al momento di andare a dormire Zaynab era ancora turbata. Qualche giorno prima Galli l’aveva messa a disagio con la sua cortesia, con il suo atteggiamento sfuggente. Ma quella sera i membri del comitato civico l’avevano riempita di spavento. Davvero l’umanità era ciò che sembrava? Davvero le ferite continuavano per sempre a sanguinare, come carne viva, pulsante di dolore? Zaynab si girava e si rigirava nel letto. A’udhu billah, ripeteva tra sé, ma non riusciva a trovare sonno.