X

Argomenti popolari

Episodio 50: Senza finale

Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain.

11 febbraio 2019

Dicono che i serial killer vogliano farsi prendere. Ho approfondito l’argomento, negli ultimi anni; ma al di là delle elucubrazioni degli psichiatri, basterebbe leggere la biografia dei più famosi omicidi seriali, a partire da Ed Kemper, il ragazzone di Burbank: serio, pacifico, era amico del capo della polizia e frequentava i bar preferiti dagli agenti.

Io voglio farmi prendere? Sicuramente no. E allora, perché scherzo con il fuoco? Anche scrivere queste riflessioni è un rischio non da poco. Ma è un prezzo che devo pagare. La mia ansia di oggi è uguale a quella che provavo da bambino, come se il tempo fosse fermo. E ciò che provano le donne che uccido lo provò anche mia madre, prima di sfracellarsi al suolo.

L’ex commissario Robbiani si svegliava prima dell’alba. La casa era deserta. Il lato del letto dove per decenni aveva dormito Lucia era liscio e vuoto, con le coperte ben tirate. Robbiani andava in bagno. Era sempre un’operazione complessa: gli tremavano le mani e, dopo le ore di sonno, le gambe faticavano a reggere il peso.

Più tardi, all’arrivo di Zaynab, avveniva il secondo risveglio. Erano le otto del mattino, ma ancora le giunture erano scricchiolanti e, d’inverno, le mani erano gonfie e irrigidite dal freddo, tanto che Robbiani non riusciva nemmeno a preparare il caffè. Ascoltava il notiziario alla radio, mentre Zaynab arieggiava la casa e cucinava la colazione.

Ovviamente, mi rendo conto della mia patologia. O meglio, della mia anomalia. Secondo De Luca (2001; 2013), il 58% degli omicidi seriali proviene dagli Stati Uniti. L’Italia, al secondo posto, arriva solo al 5%, mentre la Svizzera annovera sei casi, equivalenti allo 0.27%. Ma queste sono solo cifre. La vera anomalia è che ho visto mia madre abbandonare la vita per disperazione. Io solo so che non fu un incidente, ed è necessario che non dimentichi quello sguardo. Ecco, direi che – dal punto di vista esistenziale e psicoaffettivo – io uccido per necessità.

Ogni giorno Robbiani faceva una passeggiata.

Ma nelle vie di Massagno, con i loro saliscendi, l’ex commissario aveva spesso problemi di equilibrio o di affanno. Per questo si affidava all’aiuto di Zaynab. Lei aveva imparato a conoscerlo, e intuiva quando insistere per tornare a casa a piedi e quando invece chiamare un taxi.

Robbiani si appoggiava al bastone e a Zaynab, cercando di mantenersi in allenamento, di resistere alla rovina del tempo. Nelle giornate migliori, nonostante la fatica, aveva l’impressione che almeno una cosa con gli anni fosse migliorata: il senso del dettaglio, la capacità di cogliere piccole cose, eventi impercettibili. Fiori, animali, insetti, ma anche espressioni sul volto dei passanti, gesti, sguardi, tonalità nella voce di chi lo salutava con rispetto – «buongiorno commissario!» – e di chi invece mormorava solo uno «scusi!» quando lo urtava per sbaglio.

Ho ucciso sei donne. Ho fatto in modo di trovarmi insieme a loro sul ciglio di un precipizio (palazzo, balconata, montagna) e le ho costrette a indossare un paracadute, prima di spingerle nel vuoto. Non sto a spiegare le ragioni del gesto, perché mi riservo di farlo più tardi. Comunque, la prima risale a vent’anni fa, le altre agli ultimi mesi. E nessuno è in grado di risalire a me, soprattutto fra gli inquirenti ufficiali.

Forse potrebbe riuscirci Giorgio Robbiani, il commissario che seguì il primo caso, vent’anni fa. Sono comunque tranquillo: era già vecchio allora e presto sarà fuori dai giochi. È una situazione alla Dürrenmatt: l’investigatore sta arrivando alla verità, ma la vecchiaia lo uccide prima. È giusto così. Questa non è una storia e non avrà un finale. O meglio, tutto finì quel giorno di tanti anni fa, quando mia madre m’invitò a fare una passeggiata in montagna.