X

Argomenti popolari

SOCIETÀ
MARI PULITI

Reti recuperate

Le reti da pesca alla deriva minacciano l’ecosistema marino. Grazie ad alcuni volenterosi sub, diventano una preziosa risorsa per produrre i calzini, ora in vendita anche da Coop.

FOTO
John Wheeler/Ghost Fishing, mad, Imad Farhat/Ghost Fishing, mad
19 agosto 2019

Ci troviamo tra le isole di Lipari e Vulcano, nelle Eolie, davanti alla costa settentrionale siciliana. Potrebbe essere una delle più belle riserve marine del Mediterraneo occidentale: bizzarre scogliere di roccia vulcanica costituiscono un habitat privilegiato per molte specie. Peccato che la fauna qui sia sempre più scarsa: «Oggi abbiamo visto una sola seppia!», afferma Pascal van Erp, dopo un’immersione ai primi di giugno. L’olandese è dive coordinator di “Healthy Seas” (mari in salute), un’iniziativa che rimuove dai fondali marini reti da pesca dismesse, le cosiddette «reti fantasma».

Trappole mortali

Raccolta «Sea happy»: dalle reti ai calzini

Riciclare è divertente

Fino al 28 settembre 2019, per ogni fr. 10.– di spesa nei supermercati Coop, da Coop City, nei Ristoranti Coop e su ordini online coop@home ricevete un bollino. Con una tessera completa di 40 bollini otterrete un set di calzini (due paia, taglia bimbo, ragazzo e adulto), ottenuti da reti da pesca di recupero, oppure un peluche. Le tessere complete possono essere utilizzate fino al 5 ottobre 2019 nei supermercati Coop e da Coop City.Ulteriori informazioni qui: coop.ch/seahappy

Ai pescatori capita spesso di perdere in mare parte della loro attrezzatura, come reti o palangari. Consapevoli che il materiale può restare incagliato sugli scogli o su relitti adagiati sul fondo, decidono di correre comunque il rischio. In un Mediterraneo a rischio overfishing, luoghi come questi sono un prezioso rifugio per la fauna marina. Per i pescatori, invece, l’opportunità di portarsi a casa un buon bottino. Se però le reti restano sui fondali, si trasformano in trappole mortali per diverse specie marine.

«Dalle reti fantasma è possibile risalire all’intera catena alimentare», spiega van Erp. I primi a restare avviluppati nelle loro maglie sono cetrioli di mare, ricci, granchi o scorfani. Poi predatori di taglia più grossa e a rischio d’estinzione, come foche monache o squali. Spesso anche le tartarughe e gli uccelli marini rimangono avviluppati nelle reti.

Due anni fa, proprio qui nelle acque eoliane, un giovane maschio di capodoglio rimase incastrato con la pinna caudale in una rete al largo. La Guardia Costiera riuscì a rimuovere gran parte della rete, ma pochi giorni dopo la carcassa dell’animale fu ritrovata sulla costa.

Lo scheletro dell’animale è stato esposto al Museo del Mare di Milazzo, riposizionando la rete illegale che l’ha ucciso e la plastica che gli è stata trovata all’interno del suo stomaco, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla dispersione e sull’accumulo di rifiuti negli oceani.

Da rifiuto a risorsa

Anche le reti fantasma sono parte del problema. Secondo una stima dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la pesca è responsabile per circa il 10 per cento dei rifiuti totali che inquinano i mari del pianeta. Una cifra pari a 640.000 tonnellate di rifiuti. Quando van Erp, dieci anni fa, iniziò a immergersi cercando reti fantasma, il materiale recuperato finiva in discarica. Oggi, grazie a ”Healthy Seas”, le reti sono una risorsa per produrre capi d’abbigliamento, un’iniziativa a cui nel 2013 hanno aderito ambientalisti e industria.

«Le reti che abbiamo ripescato questa settimana sono state bonificate e riciclate», spiega Pascal van Erp dopo un’immersione nel porto di Lipari. «Un’impresa internazionale le rigenera, le trasforma in nuovo filato e le combina con altri materiali di scarto di nylon». La fibra ottenuta si differenzia dal nylon tradizionale soprattutto per il massiccio risparmio di petrolio greggio e di emissioni di CO₂ in fase di produzione. Il filato è lo stesso usato per produrre i calzini in vendita da Coop. Dal rifiuto al capo d’abbigliamento («From waste to wear») è il motto di “Healthy Seas”.

Palloni di sollevamento riportano le reti a galla.

Creare consapevolezza

Agli inizi di giugno, nelle isole Eolie van Erp e i suoi collaboratori hanno prelevato dal mare cinque tonnellate di reti fantasma. «È stato un lavoro duro», sottolinea van Erp. «Abbiamo liberato il fondale roccioso da reti alla deriva a 40 metri di profondità». Il team internazionale – oltre a van Erp, c’erano anche altri due olandesi, un inglese e un libanese – è riuscito a portare a termine solo la metà delle immersioni previste: la sola risalita in superficie richiedeva mezz’ora di decompressione. Al contrario, non appena i sub riempivano i palloncini di sollevamento con l’aria dei respiratori, le reti schizzavano a galla come proiettili. «In quell’attimo dovevamo fare attenzione che nessuno venisse trascinato in superficie con le reti». L’operazione ha richiesto l’impiego di sommozzato- ri esperti e tecnicamente preparati. Per trasmettere le proprie conoscenze e la propria tecnica, van Erp e colleghi hanno coinvolto anche due sub italiani.

«Diventiamo sempre più numerosi», racconta compiaciuto il dive coordinator di “Healthy Seas”. «Ad oggi siamo circa 150 in tutto il mondo. Per molti è frustrante vedere come il mondo subacqueo sia sempre più desolato», commenta van Erp. «Simili iniziative ridanno senso alle immersioni». Quanto è importante preservare il mare, i sub lo spiegano anche alle giovani generazioni, organizzando incontri con le scolaresche. La lotta alle reti fantasma è sostenuta anche da pescatori, autorità e organizzazioni ambientaliste locali.

Pierre-Yves Cousteau, figlio del celebre oceanografo Jacques-Yves Cousteau (1910 - 1997), riconosce l’importanza di “Healthy Seas”, specialmente per il lavoro di sensibilizzazione che fa: «Recuperare le reti aiuta gli abitanti del mare. Ma alla velocità con cui inquiniamo l’ambiente, non arriveremo mai a ripulirlo completamente». Per Cousteau, le colpe non sono solo dei consumatori: «È nell’industria che serve un radicale cambio di paradigma su scala mondiale!».


Intervista a Pierre-Yves Cousteau, oceanografo

Perché per la protezione degli Oceani è importante recuperare le reti fantasma?

Una semplice azione “clean up” non è sufficiente a risolvere il problema dell’inquinamento dei mari. Alla velocità con la quale inquiniamo l’ambiente, non siamo in grado di ripulire ancora più velocemente le acque. Le minacce causate dall’inquinamento sono sistematiche e la soluzione deve essere conseguente. Queste azioni servono principalmente a sensibilizzare il pubblico. Il “clean up” (compreso il recupero di reti fantasma sono utili e necessarie a ridurre gli effetti nefasti delle attività industriali incontrollate e distruttive.

In che misura le reti sono pericolose in rapporto ad altre fonti di inquinamento, come le microplastiche (ad esempio gli pneumatici per autovetture)?

Le reti abbandonate o perdute sono la principale fonte di inquinamento da plastica nel mare. In più, gli agenti inquinanti finiscono nella catena alimentare. Essi uccidono indiscriminatamente le forme di vita che vi rimangono impigliate.

Le attività di Healthyseas /Wastetowear possono sensibilizzare la società al rispetto dell’ambiente?

Naturalmente. Ma come per tutte le questioni ambientali, bisogna avere spirito critico. Le reti recuperate sono sporche e ricoperte di alghe. Sono fatte di materiali diversi. Il loro recupero, cernita e rigenerazione non sono economicamente redditizi al di fuori di certi contesti specifici, come ad esempio l’acquacoltura. Si tratta principalmente di un’azione di sensibilizzazione, ma non bisogna pensare che ciò risolverà l’inquinamento dei mari.

È sufficiente acquistare i calzini prodotti con reti da pesca recuperati (econyl)? Oppure dobbiamo fare di più per ridurre l’impatto negativo che abbiamo sull’ambiente?

No, non è sufficiente. Gli industriali sono ben lieti di scaricare le responsabilità sui consumatori. Grazie alle attività di lobbying ci fanno credere che noi siamo la causa dell’inquinamento e che noi dobbiamo cambiare per risolvere i problemi. Ma sono proprio loro a dover assumere una maggiore responsabilità nella volontà di cambiare  e di riparare ai problemi che loro stessi determinano.

Nei suoi film documentaristici suo padre ha mostrato al mondo la bellezza dei fondali marini e così ha ispirato intere generazioni. Nonostante ciò si utilizzano gli Oceani come una discarica. Come spiega questa contraddizione?

Spero che le risposte precedentemente date siano esaustive e aiutino a capire ciò che intendo. Il consumatore tipo non ha la responsabilità dell’inquinamento della natura. Anche se tutta la popolazione fosse più attenta, la situazione non cambierebbe di molto. Soltanto il 10 per cento della plastica viene riciclato. L’uso industriale della plastica è di gran lunga superiore a quella che ne fanno i consumatori. Mi spingo oltre: gettare questi rifiuti non importa dove, è naturale. Le piante ad esempio, si riproducono proprio  spargendo i loro semi. Naturalmente ciò non è politicamente corretto, ma rispetto all’impatto sulla natura, il problema deriva dai materiali utilizzati e non dal comportamento del consumatore. È sbalorditivo: gli industriali si arricchiscono distruggendo la natura, comprano (corrompono)  i nostri governi e in seguito puntano il dito verso il consumatore, come la fonte di ogni male. Apriamo gli occhi.