X

Argomenti popolari

FOTOGRAFIA
VIAGGIO IN TIBET

Un tesoro sopra le nuvole

Il monastero di Gonchen ospita l’unica stamperia in cui si realizzano a mano i più prezioni e ricercati Sutra della tradizione tibetana. La fotografa ticinese Alessandra Meniconzi ha documentato questo mondo fuori dal tempo.

TESTO
FOTO
Alessandra Meniconzi
21 ottobre 2019

Nella stamperia storica di Sutra di Derge i libri sono ancora fatti allo stesso modo da quasi trecento anni.

In un piccolo territorio ai confini occidentali della provincia cinese del Sichuan, a Dege, nella regione del Kham tibetano, famoso per i paesaggi infiniti del suo altipiano, da oltre duecento anni i monaci della Stamperia di Parkhang Sutra tramandano i segreti dell’antica arte della stampa a mano.

Conosciuta anche come la perla luminosa delle montagne di neve, la stamperia di Parkhang Sutra, situata a 3.400 metri, è oggi la depositaria principale della cultura tibetana e custodisce oltre 217mila matrici in legno realizzate a mano di scritture appartenenti a tutti gli ordini buddhisti tibetani, l’unica in tutta la Cina dove si pratica ancora questa antica arte. Qui è custodito il 70% del patrimonio letterario tibetano.

Il tempio di Derge Sutra.

Fino a 2.500 pagine al giorno

All’interno del monastero, accatastate fino al soffitto, le matrici che riempiono le pareti di sale e corridoi provengono da diverse epoche e formano la più completa collezione di scritti buddisti tibetani al mondo. Oltre ai Sutra e all’arte classica buddista, le matrici vengono impiegate per la stampa di dizionari, libri di medicina tradizionale tibetana, biografie, volumi di astronomia, letteratura, musica, architettura e di belle arti.

Le matrici usate per stampare i libri sono di legno d'abete.

È proprio qui che sono custoditi gli ultimi rari esemplari che racchiudono le origini del buddismo indiano e gli Ottomila versi.

Decine di abili artigiani arrivano a stampare manualmente da otto a quindici pagine al minuto e fino a 2.500 al giorno, grazie alla velocità e alla destrezza con cui sono capaci di maneggiare l’inchiostro, la carta e le matrici.

I libri vengono stampati a mano da blocchi di legno intagliati a mano.

Al piano superiore del Parkhang lavorano specialisti, più anziani, che producono stampe più grandi e più complesse, raffiguranti divinità tibetane su carta o stoffa colorata, i thangka.

Un lavoro di precisione

«La grande precisione con cui vengono eseguite queste operazioni – ci racconta la fotografa ticinese Alessandra Meniconzi – ricorda molto il processo della fotografia analogica; gli scatti a disposizione erano pochi, tutto doveva essere pensato attentamente, un minimo errore significava la perdita dell’immagine. Con il passaggio al digitale tutto si è velocizzato, consentendo al fotografo un maggiore campo d’azione. Vedere l’immagine appena scattata sullo scher- mo permette di apportare modifiche in caso di errori. Inoltre, i dati di ripresa potranno servire come insegnamento per gli scatti futuri. Il rovescio della medaglia, però, è che si tende a fotografare troppo, senza un’idea precisa di cosa si stia fotografando. Il risultato è di trovarsi con migliaia di foto da visionare e lavorare. Oggi nei blog di fotografia c’è un interesse quasi morboso per i parametri qualitativi delle immagini, piuttosto che per il contenuto significativo ed emozionale dell’immagine».

Per stampare le pagine gli operai lavorano in coppia.

Un salario, anche per l’aldilà

Il Parkhang, gestito dai monaci, continua a usare le sue antiche tecniche senza elettricità. I blocchi di legno incisi vengono inchiostrati e stampati su carta realizzata con la stellera chamaejasme (un tipo di pianta locale, a volte impiegata anche nella medicina). Le pagine stampate e le opere d’arte vengono poi lasciate asciugare sul tetto dell’edificio e sono infine messe insieme con grande cura. Nei suoi opifici ancora si producono la carta tradizionale tibetana e l’inchiostro rosso di cinabro, usato solo per gli scritti più preziosi. La peculiarità della stamperia di Derge consiste nella finezza delle incisioni delle matrici, affidate agli artigiani più abili ed esperti. Per ogni artigiano il proprio lavoro ha un doppio valore: da un lato garantisce la sussistenza, dall’altro fa acquisire meriti per l’aldilà.

Lo studio si effettua ancora su volumi cartacei.

La tecnologia non è tutto

«La fotografia odierna – continua Alessandra Meniconzi – dovrebbe staccarsi dall’idea di dimostrare che per ottenere buone immagini serva solo la tecnica e lavorare maggiormente sull’idea concettuale. Grazie agli sviluppi della tecnologia, le macchine fotografiche sono di- ventate sempre più performanti ma l’approccio a questa stupenda arte dovrebbe rimanere lo stesso: la ricerca dell’immagine che si vuole ottenere. Con l’analogico si rifletteva di più prima di scattare. Si ragionava sui tempi, sul diaframma da utilizzare, sulla sensibilità della pellicola da scegliere per ottenere un tale effetto. L’analogico mi ha aiutato a osservare e comprendere meglio cosa fotografare, mentre il digitale mi ha portato un arricchimento sulla tecnica. Mi ritengo fortunata di aver vissuto questo passaggio. Non vedo rivalità tra queste due forme, ma solo un’evoluzione. Anche se l’immaterialità del digitale rimane la mia preoccupazione più grande».

Monaco buddista del tempio di Derge.